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Ernesto Che Guevara La nostra è una lotta all'ultimo
sangue Secondo intervento alla nona
sessione dell'Assemblea Generale dell'ONU Chiedo scusa se occupo per la seconda volta questa tribuna. Lo faccio servendomi del diritto di replica. Naturalmente, anche se non è proprio la cosa che ci interessa di più, questa che potrebbe chiamarsi ora la controreplica potrebbe poi essere ripresa per dar luogo all'anticontroreplica e cosi via all'infinito. Noi ribatteremo ad una ad una le affermazioni dei delegati che attaccarono l'intervento di Cuba, e lo faremo nello spirito in cui ciascuno di essi lo fece, o pressappoco. Comincerò col rispondere al delegato di Costarica, il quale si è rammaricato per il fatto che Cuba si sia lasciata ingannare da notizie infondate diffuse dalla stampa scandalistica, e ha detto che il suo governo prese immediatamente alcune misure di controllo quando la stampa libera di Costarica, molto diversa dalla stampa schiava di Cuba, fece alcune rivelazioni. Forse il delegato di Costarica ha ragione. Noi non possiamo fare un'affermazione
categorica basandoci sui reportages che la stampa imperialista,
soprattutto negli Stati Uniti, ha fatto diverse volte sui controrivoluzionari
cubani. Ma se Artime fu il capo della fallita invasione di Playa Girón,
lo fu con un certo intermezzo, perché fu il capo finché arrivò alle
coste cubane ed ebbe le prime perdite, dopo di che fece ritorno negli
Stati Uniti. Nell'intermezzo, come la maggioranza dei membri di quella
"eroica spedizione liberatrice," fece il "cuoco o l'infermiere,"
perché questa fu la qualifica con cui dissero di essere giunti nella
nostra terra, dopo essere stati fatti prigionieri, tutti i "liberatori"
di Cuba. Artime, che adesso è diventato di nuovo un capo, si indignò
contro le accuse che gli venivano mosse. Di cosa? di contrabbando di
whisky. Perché nelle sue basi in Costarica e in Nicaragua, a quanto
disse, non vi è contrabbando di whisky: "vi si preparano i rivoluzionari
per liberare Cuba." Queste dichiarazioni sono state fatte alle
agenzie di stampa e hanno girato il mondo. Noi sosteniamo, mille e una volta, che le rivoluzioni non si esportano.
Le rivoluzioni nascono nel seno dei popoli. Le rivoluzioni sono generate
dallo sfruttamento che i governi - come quello di Costarica, quello
di Nicaragua, quello di Panamà o quello del Venezuela - fanno pesare
sui rispettivi popoli. Poi si possono, appoggiare o meno i movimenti
di liberazione; li si può aiutare, soprattutto moralmente, Ma la realtà
è che le rivoluzioni non possono essere esportate. Riguardo al Nicaragua volevamo dire al suo rappresentante, anche se non ho capito bene tutta la sua disquisizione circa gli accenti credo che si riferisse a Cuba, all'Argentina e forse anche all'Unione Sovietica - spero, ad ogni modo, che il rappresentante del Nicaragua non abbia trovato un accento nordamericano nella mia allocuzione, perché questo sì che sarebbe pericoloso. Effettivamente, può darsi che il mio accento durante l'intervento richiamasse alla memoria l'Argentina. Sono nato in Argentina, non è un segreto per nessuno. Sono cubano e sono anche argentino e se le loro signorie illustrissime dell'America latina non si adombrano, mi sento patriota dell'America latina, di qualsiasi paese dell'America latina, nel modo più assoluto, e qualora fosse necessario sarei disposto a dare la mia vita per la liberazione di qualsiasi paese latinoamericano, senza chiedere nulla a nessuno, senza esigere nulla, senza approfittare di nessuno. E questa disposizione d'animo non caratterizza soltanto me, rappresentante temporaneo alla presente Assemblea. L'intero popolo di Cuba ha questa stessa disposizione. L'intero popolo di Cuba freme ogni volta che viene commessa un'ingiustizia, non soltanto in America, ma nel mondo intero. Noi possiamo dire quello che tante volte abbiamo ripetuto di quella famosa massima di Martí, che ogni vero uomo deve sentire sul proprio volto il colpo inferto sul volto di qualsiasi uomo. Questi sono i sentimenti dell'intero popolo di Cuba, signori rappresentanti. Ma se il rappresentante del Nicaragua vuol riguardarsi un momento la
carta geografica del suo paese o ispezionare direttamente località di
difficile accesso, può andare, oltre che a Puerto Cabezas - da dove
credo non vorrà negare che si imbarcò una parte, una gran parte se non
tutta la spedizione di Playa Girón - a Blue Filos e a Monkey Point,
che credo dovrebbe chiamarsi "Punta Mono," e che non so per
quale strano accidente storico, dato che si trova in Nicaragua, figura
come Monkey Point. Lí potrà incontrare alcuni controrivoluzionari o
rivoluzionari cubani, come preferite chiamarli, signori rappresentanti
del Nicaragua. Ve ne sono di tutti i colori. Vi è anche abbastanza whisky,
non so se di contrabbando o importato direttamente. Siamo al corrente
dell'esistenza di quelle basi. E, naturalmente, non andremo a chiedere
all'OEA di indagare per controllare se vi sono o no. Conosciamo fin
troppo bene la cecità collettiva dell'OEA per andare a chiedere una
cosa così assurda. Il rappresentante di Panama che ha avuto la cortesia di chiamarmi "Che," come mi chiama il popolo di Cuba, cominciò a parlare della Rivoluzione messicana. La delegazione cubana parlava del massacro perpetrato dai nordamericani contro il popolo panamense, e la delegazione del Panamà comincia a parlare della Rivoluzione messicana e va avanti su questo tono, senza fare il minimo riferimento al massacro nordamericano a causa del quale il governo di Panamà ruppe le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Magari nella terminologia della politica prevaricatrice, questo si chiama tattica; in termini rivoluzionari, questo, signori, si chiama abiezione, in tutte lettere. Fece riferimento all'invasione del 1959. Un gruppo di avventurieri diretti da un barbudo da caffè, che non era mai stato sulla Sierra Maestra e che ora si trova a Miami, o in qualche base o in qualche altro posto, riuscì ad entusiasmare un pugno di ragazzi e ad effettuare quell'avventura. Ufficiali del governo cubano lavorarono congiuntamente al governo panamense per liquidare quella faccenda. È vero che partirono da un porto cubano, ed è anche vero che discutemmo amichevolmente in quella occasione. Di tutti gli interventi fatti qui contro la delegazione cubana, quello
che sembra inescusabile da tutti i punti di vista è l'intervento della
delegazione di Panamà. Non abbiamo avuto la minima intenzione di offenderla,
né di offendere il suo governo. Ma è vera anche un'altra cosa: non abbiamo
avuto nemmeno la minima intenzione di difendere il governo di Panamà.
Volevamo difendere il popolo di Panamà con una denuncia davanti alle
Nazioni Unite, dato che il suo governo non ha il coraggio, non ha la
dignità di chiamare qui le cose con il loro vero nome. Non abbiamo voluto
offendere il governo di Panamà, e non abbiamo voluto neppure difenderlo.
Al popolo di Panamà, nostro fratello, va la nostra simpatia e abbiamo
cercato di difenderlo con la nostra denuncia. Il signor rappresentante della Colombia, in tono misurato - anch'io debbo cambiare tono - asserisce che vi sono due affermazioni inesatte: una, l'invasione yankee del 1948 a seguito dell'assassinio di Jorge Eliécer Gaitán, e dal tono della voce del signor rappresentante della Colombia, si avverte che sente moltissimo quella morte: ne è profondamente toccato. Noi ci riferivamo, nel nostro discorso, ad un intervento precedente che forse il rappresentante della Colombia ha dimenticato: l'intervento nordamericano per la separazione di Panamà. Poi ha detto che non vi sono forze di liberazione in Colombia, poiché non c'è niente da liberare. In Colombia, dove si parla con tanta naturalezza della democrazia rappresentativa e vi sono soltanto due partiti politici che da anni si dividono il potere metà per ciascuno in base ad una democrazia fantastica, l'oligarchia colombiana è giunta all'apice della democrazia, potremmo dire. Si divide in liberali e conservatori e in conservatori e liberali; quattro anni gli uni e quattro anni gli altri. Nulla cambia. Queste sono le democrazie elettorali; queste sono le democrazie rappresentative che il signor rappresentante della Colombia difende, magari con tutto l'entusiasmo di cui è capace, in un paese dove si dice che vi sono stati due o trecentomila morti a causa della guerra civile che à divampata in Colombia dopo la morte di Gaitán. Eppure si dice che non c'è niente da liberare. Non ci sarà neppure nulla da vendicare; non ci saranno migliaia di morti da vendicare; non ci sarà stato l'esercito a compiere massacri di gente del popolo e l'esercito non sarà più quello che massacra il popolo dal 1948. Quello che c'è adesso lo hanno cambiato un po', e i suoi generali sono diversi, o sono diversi i comandi e obbediscono ad un'altra classe, diversa da quella che massacrò il popolo durante quattro anni di dura lotta e continuò di tanto in tanto a massacrarlo per molti anni ancora. E si dice che non c'è niente da liberare. Non ricorda il signor rappresentante della Colombia che a Marquetalia vi sono forze che gli stessi giornali colombiani hanno chiamato "La Repubblica Indipendente di Marquetalia" e che uno dei dirigenti è stato soprannominato "Tiro Fijo" per cercare di farlo passare per un volgare bandolero? E non sa che lì si è svolta una grande operazione con l'impiego di 16.000 uomini dell'esercito colombiano, assistita da militari nordamericani, e con l'utilizzazione di una serie di mezzi come gli elicotteri e, probabilmente - benché non possa assicurarlo - con aerei, anche dell'esercito nordamericano? Sembra che il signor rappresentante della Colombia non sia molto informato perché vive lontano dal suo paese, oppure che la sua memoria gli giochi dei brutti scherzi. Inoltre, il signor rappresentante della Colombia ha detto con tanto candore che se Cuba fosse rimasta nell'orbita degli stati americani sarebbe un'altra cosa. Non sappiamo bene cosa intendesse con questa storia dell'orbita; ma l'orbita ce l'hanno i satelliti, e noi non siamo dei satelliti. Non siamo in nessuna orbita; siamo fuori orbita. Certo che se fossimo stati nell'orbita degli stati americani avremmo fatto qui un discorso mellifluo di poche paginette in uno spagnolo naturalmente molto più raffinato, molto più ridondante e aggettivato, e avremmo parlato della bellezza del sistema interamericano e della nostra difesa ferma e irremovibile del "mondo libero" diretto dal centro dell'orbita che tutti voi sapete chi è. Non ho bisogno di nominarlo. Anche il signor rappresentante del Venezuela ha impiegato un tono moderato,
anche se un tantino enfatico. Ha detto che le accuse di genocidio sono
infamanti e che era veramente incredibile che il governo cubano si occupasse
di faccende del Venezuela mentre praticava la repressione contro il
suo popolo. Dobbiamo ripetere qui una verità che abbiamo sempre detto
davanti a tutto il mondo: fucilazioni; si, abbiamo fucilato; fuciliamo
e continueremo a fucilare finché sarà necessario. La nostra lotta è
una lotta a morte. Noi sappiamo quale sarebbe il risultato di una battaglia
perduta e anche i gusanos debbono sapere qual è il risultato
della battaglia che hanno perso oggi a Cuba. Noi viviamo in queste
condizioni perché esse ci sono imposte dall'imperialismo nordamericano.
Però noi non commettiamo assassinii, come ne sta commettendo, ora, in
questo momento, la polizia politica venezuelana che credo venga chiamata
Digepol, se non sono male informato. Quella polizia ha commesso una
serie di atti di barbarie, di fucilazioni, cioè degli assassinii, gettando
poi i cadaveri degli uccisi chissà dove. Questo è accaduto, per esempio,
nei confronti di studenti, ecc. La stampa libera del Venezuela venne
sequestrata diverse volte in questi ultimi tempi per aver dato notizie
di questo tipo. Gli aerei militari venezuelani, sotto la guida di "consiglieri"
yankee, quelli si che bombardano vaste zone contadine, uccidono contadini;
la ribellione popolare cresce in Venezuela e ne vedremo i risultati
fra qualche tempo. Rimane il signor Stevenson. Peccato che non sia qui. Ci rendiamo perfettamente
conto del motivo per cui il signor Stevenson non è presente. Fu allora che il presidente Kennedy ebbe un atteggiamento onesto. Non volle sostenere una politica falsa cui nessuno credeva e disse chiaramente che assumeva la responsabilità di tutto quello che era accaduto a Cuba. Si assunse la responsabilità, certo; ma l'organizzazione degli Stati Americani non lo ritenne responsabile né gli chiese di render conto di nessuna responsabilità, secondo quanto ci risulta. Si trattò di una responsabilità di fronte alla propria storia e davanti alla storia degli Stati Uniti, perché l'Organizzazione degli Stati Americani stava in orbita. Non aveva il tempo di occuparsi di queste cose. Ringrazio il signor Stevenson per il suo riferimento storico alla mia
lunga vita di comunista e di rivoluzionario che culmina a Cuba. Come
sempre, le agenzie nordamericane, non solo di notizie, ma anche di spionaggio,
confondono le cose. La mia storia di rivoluzionario è corta e comincia
realmente nel Granma e continua fino a questo momento. Voglio dire unicamente due piccole cose. Non voglio occupare tutto
il tempo dell'Assemblea in queste repliche e controrepliche. Non starò a rifare la lunga storia di tutte le aggressioni economiche
degli Stati Uniti. Dirò soltanto che malgrado queste aggressioni, con
l'aiuto fraterno dei paesi socialisti, soprattutto dell'Unione Sovietica,
noi siamo andati avanti e continueremo a farlo; che anche quando condanniamo
il blocco economico, sappiamo che esso non ci fermerà e che, accada
quel che accada, continueremo a rappresentare un piccolo dolor di testa
ogni volta che verremo a questa Assemblea o a qualsiasi altra, per chiamare
le cose con il loro nome e i rappresentanti degli Stati Uniti gendarmi
della repressione nel mondo intero. Poco tempo fa il presidente della Bolivia disse ai nostri rappresentanti,
con le lacrime agli occhi, che doveva rompere con Cuba perché gli Stati
Uniti lo costringevano a far ciò. Cosi allontanarono da La Paz i nostri
rappresentanti. Non posso dire che quell'affermazione del presidente
della Bolivia fosse vera. Certo è che noi gli abbiamo detto che questa
transazione con il nemico non gli sarebbe valsa a nulla, perché il suo
destino era già segnato. Il presente testo è tratto dal libro “Ernesto Che Guevara: il poeta sei tu” |
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