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RIFLESSIONI
SULLA SOLIDARIETA'
IL
NEO-COLONIALISMO
I paesi ex coloniali solitamente si trovano in condizioni
di miseria estremi. Economie fragilissime, in genere senza industrie
e con agricolture distorte. Il Senegal ad esempio è stato trasformato
in un immenso campo di arachidi destinato alla fabbricazione dellolio
di semi,. ma deve importare generi agricoli alimentari. Il Ghana produce
cacao per tutto il mondo, ma i suoi abitanti sono sottoalimentati. Alla
precarietà economica si aggiunge lanalfabetismo e a questi
la fame e la sottoalimentazione, con la conseguenza di malattie endemiche
e un alto tasso di mortalità. Eppure questa povertà diffusa
non ha ragion dessere. Quei paesi dispongono di immense ricchezze.
I paesi arabi forniscono gran parte del petrolio con cui funziona lindustria
occidentale, lIndonesia fornisce il caucciù, lAngola
ha loro e i diamanti, il Brasile il caffè, lo Zambia il
rame, il Ghana il cacao, e così via. Ebbene, per qual motivo
queste ricchezze non si traducono in benessere per i popoli che le possiedono?
Perché lindipendenza politica non diventa la leva per migliorare
le condizioni di vita dei popoli: costruire scuole e ospedali, impiantare
industrie, produrre alimenti sufficienti?
Sono queste, le domande che i popoli cominciano a porsi, qualche anno
dopo aver conquistato lindipendenza. Lesperienza che si
delinea tra il 1960 e il 1970 è infatti la seguente: non solo
la liberazione dal colonialismo non ha migliorato il tenore di vita
dei popoli fino a ieri oppressi, ma anzi in generale i paesi ex coloniali
sono diventati più poveri, mentre quelli ricchi sono diventati
più ricchi. La forbice tra sviluppo e sottosviluppo
si è allargata, le condizioni sono diventate più disperate.
Il sottosviluppo ha una motivazione molto precisa e una logica facilmente
individuabile, si prenda un esempio qualsiasi che potrebbe essere considerato
una norma: il Ghana è stato trasformato dal colonialismo in unimmensa
piantagione di cacao, ma il cacao non serve ai ghaneesi e quindi deve
essere venduto sul mercato internazionale. I prezzi del cacao sono fissati
dalle Borse di Londra, Parigi, New York, sulla base della domanda del
mercato e quali che essi siano, il Ghana è obbligato a vendere
quel cacao che non gli serve per nutrire i suoi abitanti. Leconomia
ghaneese è così in balia di altre forze che rispondono
ad altri interessi. E questo è il primo aspetto del problema,
laltro aspetto è il seguente: il Ghana non ha industrie
per trasformare il cacao in cioccolato, il cacao viene esportato, lavorato
altrove, e quando un ghaneese vuole comprare una tavoletta di cioccolato
deve importarla dallestero, pagandola naturalmente in valuta pregiata
e al prezzo imposto dallindustria che produce il genere. Lesempio
fatto mostra, nella sua peculiarità, il meccanismo che genera
il sottosviluppo e fa sì che il Terzo mondo sia defraudato: i
paesi che sono proprietari di immense ricchezze (le materie prime) sono
obbligati a venderle a prezzi estremamente bassi, imposti dallesterno;
ma se debbono comprare un prodotto industriale, una macchina, un vestito,
ecc..., debbono pagarlo a prezzi esorbitanti, oppure sono costretti
a ripiegare su prodotti scadenti, se non proprio di scarto. Sicché,
per dirla semplicemente, i paesi ex coloniali non riescono mai ad avere
i capitali necessari per decollare economicamente, per gettare le basi
di una loro industria, costruire scuole, ospedali e servizi sociali.
Il circolo diventa vizioso e soffocante.
I movimenti nazionali di liberazione giungono allindipendenza
sulla base di una lotta unitaria, nazionale appunto. Ma tutte le forze
che vi concorrono non hanno gli stessi interessi. Vi è, anche
in questi paesi, una divergenza tra classi sociali e le scelte decisionali
possono essere diverse. Dipendentemente dalla classe sociale che detiene
il potere si deciderà se nazionalizzare le ricchezze nazionali
oppure no, se rompere con la monocoltura o no, se fare o no quelle riforme
agrarie che spezzano il legame tra monocoltura e proprietari feudali
locali. Vi sono infatti in Asia, in Africa, in America Latina le borghesie
locali che si inseriscono nel rapporto neocoloniale e facendone parte
ne ricavano privilegi, divenendo a loro volta sfruttatori della maggioranza
del loro popolo. E su questa base quindi diventano i sostenitori e difensori
del meccanismo neocoloniale.
Dopo la conquista dellindipendenza politica, insomma, si apre
una seconda fase di lotta che questa volta non ha solo dei nemici esterni,
ma anche nemici interni. Questione nazionale e questione sociale vengono
cioè a intrecciarsi profondamente.
Questo tipo di scontro percorre tutto il periodo che va dal 1960 ai
nostri giorni, con momenti esemplari che ne riassumono le caratteristiche,
in un alternarsi continuo di vittorie e di sconfitte.
Uno dei grandi momenti di sconfitta è offerto dalla tragedia
congolese del 1960. In quellanno il Belgio concesse lindipendenza
alla sua grande colonia, confidando nel fatto che un movimento nazionale
ancora debole avrebbe permesso con facilità il proseguimento
della sua presenza imperiale in Africa. Lindipendenza in altri
termini doveva essere, per usare le parole di Amilcar Cabral (un grande
africano assassinato dai colonialisti portoghesi), una bandiera,
un finto parlamento, una guardia presidenziale e nullaltro. Accadde
invece che il Congo trovasse in Patrice Lumumba un leader molto fiero
e attento ai contenuti reali dellindipendenza, ossia attento al
recupero delle ricchezze nazionali che si trovavano in mani straniere.
Furono allora promossi movimenti scissionisti, Lumumba venne assassinato
e si instaurò la dittatura militare del generale Mobutu che consentì
agli stranieri, in particolare ai belgi, di proseguire indisturbati
lo sfruttamento delle risorse congolesi. Una vicenda analoga, ma dalle
proporzioni di sangue ben più drammatiche, è accaduta
in Indonesia, dove il nazionalismo di Sukarno stava evolvendo verso
forme sociali più avanzate come la ridistribuzione agraria. Un
colpo di Stato e un terribile massacro (si calcola che siano state uccise
circa mezzo milione di persone, ma alcune fonti parlano di un milione)
hanno posto, nel 1965, una battuta darresto a quella evoluzione,
consentendo alle grandi compagnie multinazionali di continuare il loro
saccheggio (il nuovo presidente, generale Suharto, restituisce subito
le proprietà ai vecchi possessori stranieri e cerca appoggi politici
ed economici in Occidente). In questo senso, non molto diversa risulta
lesperienza cilena, dove le forze di sinistra arrivano al potere
il 24 ottobre 1970 con una vittoria elettorale, sulla base quindi di
uno svolgimento democratico borghese, la loro politica investe subito
i problemi cruciali del sottosviluppo e dellindipendenza economica
con la nazionalizzazione di alcune miniere di ferro e di rame, ma un
feroce colpo di Stato diretto dalla CIA e dalla multinazionale nordamericana
ITT porta ad una dittatura sanguinaria l11 settembre 1973 e che
durerà per 17 anni, il tempo necessario per eliminare fisicamente
le avanguardie popolari, distruggere la cultura rivoluzionaria e quindi,
ritornare beffardamente al formalismo della democrazia borghese. Lesempio
cileno è certamente quello che mostra più chiaramente
come limperialismo se ne infischia della democrazia quando i suoi
interessi concreti sono colpiti e rimessi in discussione. Altrettanto
evidente è che la società capitalista vive per il profitto
e le forme di governo che esprime non sono altro che strumenti a sua
difesa, quidi formalmente democratici o dittatoriali secondo la necessità.
Tuttavia il fatto più emblematico del neocolonialismo resta lintervento
americano nel Vietnam. Qui si ritorna ad una guerra coloniale classica
(linvio di un corpo di spedizione) per impedire ad una rivoluzione
nazionale di ispirazione socialista di giungere a compimento dimostrando
ai popoli come i problemi del sottosviluppo possano essere risolti nello
stretto intreccio tra questione nazionale e questione sociale. In realtà
gli Stati Uniti avvertono consapevolmente le novità della situazione
apertasi nei tre continenti ex colonizzati, tutti ormai in fermento.
Il neocolonialismo infatti può sì frenare i movimenti
di emancipazione, ma non può risolvere la contraddizione di fondo
in cui i popoli vivono: indipendenza più sottosviluppo. E i popoli
ne stanno prendendo coscienza. In quegli anni la rivoluzione cubana
si è trasformata in rivoluzione socialista. LAlgeria ha
conquistato la sua indipendenza nel 1962 (il Fronte di liberazione nazionale
aveva cominciato a combattere nel 1954) e ha proceduto alla nazionalizzazione
delle sue ricchezze minerarie nel 1966. Il nasserismo egiziano procede
sempre più sulla via dellindipendenza economica con la
Carta nazionale dei princìpi socialisti di Nasser,
del 1962. In Siria e in Iraq sono stati abbattuti regimi neocoloniali
e si tentano nuove strade (riforma agraria in Siria nel 1958, nazionalizzazioni
nel 1963 e nel 1965; nazionalizzazione delle banche in Iraq nel 1964).
Una guerra popolare divampa nelle colonie portoghesi e i movimenti di
liberazione che ne sono alla testa (Fronte popolare di liberazione dellAngola,
Fronte di liberazione del Mozambico) non nascondono di non voler percorrere,
al momento dellindipendenza, il cammino neocoloniale di tanti
altri regimi africani. A questo punto il Vietnam diventa, per limperialismo,
un banco di prova decisivo, un esempio da dare per far intendere che
se la fine degli imperi coloniali è stata tollerata, non lo sarà
la lotta contro lassetto neocoloniale.
Ma è proprio questo significato dato alla guerra in Vietnam che
si rovescia contro il neocolonialismo. I vietnamiti vincono infatti
la loro seconda guerra di liberazione e la vincono contro la più
grande e ricca potenza imperialista, gli Stati Uniti, i quali si ritirano
sconfitti sul piano militare ma lasciando purtroppo un paese devastato,
al quale non verrà mai corrisposto nessun indennizzo di guerra,
impossibilitato così, malgrado tremendi sforzi, ad uscire da
quella immane distruzione, sì che questo tremendo peso si ripercuoterà
successivamente in modo determinante. Comunque come nel 1954, la vittoria
del Vietnam dà un nuovo impulso allo scontro in atto per infrangere
le forme di dominio neocoloniale: lAfrica, infatti, compie un
nuovo scatto in avanti con laccesso allindipendenza dellAngola,
del Mozambico, della Guinea Bissau. Il Laos e la Cambogia vedono lavvento
di nuovi regimi più radicali sul terreno economico e sociale.
Ma soprattutto esplode la prima grande rottura dellordine neocoloniale:
nel 1973 i paesi produttori di petrolio decidono di essere loro a fissare
i prezzi del prezioso prodotto, sulla base dei loro interessi e non
di quelli dei paesi importatori.
Anche nel continente latino americano si susseguono le rivolte: in Messico,
a Panama, nella Repubblica Dominicana, in Bolivia, Colombia, Venezuela;
fioriscono i Movimenti di Liberazione Nazionale in molti paesi di tutto
il continente, tra i quali spiccano i Tupamaru in Uruguay, il Farabundo
Martí di Liberazione Nazionale in Salvador, ed altri come in
Guatemala ed in Perù, nel 79 il Fronte Sandinista prende
il potere in Nicaragua e da quel momento il popolo nicaraguense deve
subire ogni sorta di boicottaggio economico, provocazioni belliche e
attacchi mercenari finanziati e guidati direttamente dagli Stati Uniti
dAmerica sì che dopo dieci anni di speranze, anche il sogno
nicaraguense si infranse.
Ad una ad una tutte le speranze che hanno sollevato i dannati
della Terra e che li hanno visti eroici protagonisti del loro
riscatto, si sono spente. Poiché in una guerra non vince chi
ha la ragione ma chi ne ha la forza; lo strapotere militare, tecnologico
ed economico dei paesi imperialisti è riuscito, ancora una volta,
a martirizzare la maggior parte dellumanità e ad umiliare
le masse dei cittadini dei propri paesi, assegnandogli il ruolo di supini
consumatori, spogliati di ogni pur minima conoscenza delle infamie di
cui sono inconsapevoli sostenitori, immemori che in quegli anni di grande
speranza e dignità per il mondo intero, milioni di lavoratori
e studenti in grandi manifestazioni politiche e di solidarietà,
in Francia, in Italia, in Belgio e negli Usa, unendosi idealmente alla
volontà di liberazione degli oppressi, dimostrarono che anche
nel ventre dellimpero è possibile un risveglio.
Ma le condizioni che hanno generato le rivolte dei popoli oppressi non
sono scomparse, e non è possibile soffocare gli ideali di libertà
e dignità. La resistenza di Cuba, a 90 miglia dal colosso nordamericano
che tenta in ogni modo di strangolarla, lo sta dimostrando concretamente
a tutti. Continua ad essere un faro di speranza per tutti gli oppressi
del mondo e una nuova possibilità di riscatto delle masse dei
paesi capitalistici che decidessero di smettere la recita del ruolo
di utili irresponsabili di false democrazie. Il compito minimale che
ci compete è di riprendere liniziativa attraverso la solidarietà,
nellottica più genuina e popolare, non vista attraverso
gli occhiali deformanti della borghesia che, necessariamente, la manipolano
e la trasformano in un nuovo strumento generatore di profitti e di divisione
dei popoli.
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