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Oggi, 20 marzo 2003, si è scatenata
un'altra guerra di aggressione imperialista. Questa volta contro l'Irak,
per il controllo delle ricchezze petrolifere. I cittadini del nostro
paese, come di altri, è diviso tra chi è contrario e chi
a favore, ma gli uni e gli altri, solitamente, non hanno nessuna conoscenza
dei due secoli di interventi militari, accordi segreti e trattati arbitrari
che si sono succeduti nel perverso processo di formazione della "legalità
internazionale" nel Golfo Persico e dintorni.
Ritorna quindi utile rileggere lo straordinario
libro scritto dodici anni fa, nel periodo della precedente invasione
Usa, dallo storico marxista Filippo Gaja. Un libro rigoroso, colmo di
documenti e testimonianze, indispensabile per capire la situazione medio
orientale e le mire imperialiste sull'area. Un ottimo libro di analisi
materialistico-dialettica.
In questa pagina viene proposta la
dettagliata introduzione e, nelle successive, i capitoli più
significativi per comprendere i reali motivi dell'attuale aggressione
imperialista.
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Le
frontiere maledette del Medio Oriente
di Filippo Gaja
Maquis Editore
Febbraio 1991
Introduzione
Nell'autunno del 1988 lessi una agghiacciante considerazione
espressa da Israel Shahak, presidente della Lega israeliana dei diritti
dell'uomo, che scriveva: «In quali condizioni l'attuale gruppo
dirigente israeliano potrà operare il desiderato "trasferimento"
di grande ampiezza (l'argomento era l'espulsione dei palestinesi dai
territori occupati, n.d.a.) e continuare nello stesso tempo a ricevere
l'ugualmente desiderato denaro americano? (...) La migliore risposta
che io posso proporre a questa domanda essenziale è che il "trasferimento"
potrà essere tentato in due circostanze: o per una guerra a iniziativa
di Israele, o in una situazione in cui gli interessi americani in Medio
Oriente, cioè i giacimenti petroliferi del Golfo, fossero seriamente
minacciati e i regimi filoamericani fossero in pericolo di tracollo.
Israele si presenterà in questo caso come il solo alleato di
peso per gli americani nella regione (...) La mia opinione è
che (...) Israele diverrà un alleato talmente importante per
gli Stati Uniti che "in quanto difensore della civiltà occidentale
nella regione" (espressione spesso usata dalla propaganda sionista
negli Stati Uniti, anche se un po' meno da quando la televisione ha
mostrato le immagini dell'Intifada) avrà diritto di applicare
una politica di tipo nazista, come ad esempio l'espulsione totale. Non
dimentichiamo che anche i nazisti all'epoca pretendevano di "difendere
la civiltà occidentale contro il comunismo" e che molti
lo credettero» .
Era una previsione che di fatto conduceva all'idea dell'imminenza di
una guerra.
Con tutta evidenza non era una sola guerra che Shahak vedeva come possibile,
dal suo posto di osservazione privilegiato, ma due: una guerra arabo-israeliana
e una guerra americana per il petrolio. A conti fatti, queste due guerre
tornavano poi a fondersi in una sola. Tutti quelli che si occupano di
problemi mediorientali tengono sempre a mente che dal dicembre 1981
gli Stati Uniti ed Israele sono uniti da un trattato di alleanza strategica.
Vi sono clausole segrete e clausole segretissime di questo trattato.
La parte segretissima impegnerebbe gli USA ad aiutare gli israeliani
a fabbricare missili a testata nucleare, secondo le affermazioni del
giornale saudita Al Sharq Al Awsit, pubblicato a Londra. Quanto alla
parte che è soltanto segreta, questa viene citata sistematicamente
dalla stampa israeliana. Per usare le parole del Jerusalem Post, gli
Stati Uniti hanno assunto fin dal 1981 l'impegno di «preservare
la superiorità di Israele nei confronti della coalizione araba».
In altre parole, il Pentagono ha fornito la garanzia di mantenere lo
Stato ebraico in una condizione di supremazia militare assoluta su tutti
gli eserciti arabi riuniti. La forza militare di tutti gli Stati arabi
messi insieme non dovrà mai superare, in particolare dal punto
di vista qualitativo, quella di Israele. Questo accordo evidenzia nel
modo più esplicito l'importanza ed il ruolo che Israele assume
in Medio Oriente e nella strategia americana.
La ricerca della superiorità militare assoluta comporta in se
stessa la bivalenza difensiva-offensiva. Dubbi non possono comunque
sussistere giacché sempre nel dicembre 1981 l'allora ministro
della Difesa israeliano, il generale Ariel Sharon, definì con
la massima precisione gli obiettivi della politica militare israeliana:
«La sfera di interesse strategico di Israele deve essere allargata
fino a includervi, negli anni Ottanta, paesi come Turchia, Iran e Pakistan
e aree come il Golfo Persico e l'Africa».
Per conseguenza non esistono due politiche, una americana e una israeliana
per il Medio Oriente; le due politiche in ultima analisi sono una sola,
poiché finiscono sempre per integrarsi. Ogni fattore è
ricondotto al problema centrale, quello che costituisce il nocciolo
della questione, il dominio strategico del Medio Oriente e la "vigilanza"
sui paesi arabi.
Ancor meno esistono singoli problemi separabili dal contesto generale.
In senso ora attivo ora passivo, l'uno influenza l'altro. Non c'è
un problema palestinese separato da quello dell'immigrazione degli ebrei
sovietici, dal problema del nazionalismo arabo, dal problema dell'integralismo
islamico, dal problema del prezzo del petrolio, dal problema della regolazione
dell'estrazione del greggio, dal problema dell'armamento arabo, dal
problema della potenza militare israeliana. Schematicamente, se i palestinesi
vengono attaccati da Israele perché gli ebrei sovietici nuovi
arrivati hanno bisogno di spazio, il nazionalismo arabo esplode, l'integralismo
islamico chiede la guerra santa, gli arabi sotto la spinta delle masse
brandiscono l'arma del petrolio e tendono ad armarsi e la potenza militare
israeliana tende a distruggere l'armamento arabo. La concatenazione
può essere invertita partendo da ognuno di questi fattori.
È difficile immaginare il modo in cui sarebbe possibile disinnescarne
anche uno soltanto. La dinamica di ciascuno possiede una propria traiettoria
infallibile che conduce sempre allo scontro militare.
C'è un dosaggio che la diplomazia definisce «equilibrio».
Il difetto del dosaggio è che, nella realtà, esso consiste
nel contenimento forzoso della potenzialità esplosiva di ciascun
fattore, contenimento che prevede inevitabilmente l'uso di una certa
quantità di forza o quantomeno di costrizione, e per conseguenza
produce un certo grado di tensione. Assomiglia al processo che si compie
in una pentola a pressione sotto cui è permanentemente acceso
un fuoco o un fuocherello. Solo che in questo caso in ogni pentola non
c'è acqua, c'è una miscela esplosiva, che quando scoppia
produce grande calore e minaccia di provocare una deflagrazione generale
di tutte le pentole, per simpatia.
Perché ciò sia chiaro vorrei dare al lettore l'esempio
di come è stata «costruita» la guerra che chiamiamo
convenzionalmente del Kuwait, e nella quale il Kuwait è in fondo
il più trascurabile degli elementi.
Dal 1988 mi sono proposto di accumulare documentazione sul Medio Oriente
cercando di identificare gli stati di avanzamento del processo che può
condurre alla «soluzione finale» del problema palestinese
com'è prospettata da Israel Shahak, cioè l'espulsione
militare dei palestinesi dalla Cisgiordania.
Il 1988 fu un anno di svolta dal punto di vista strategico in Medio
Oriente, poiché vide terminare (l'8 agosto) la guerra fra Iran
e Irak, con un nulla di fatto che lasciava affacciate sul Golfo Persico
due potenze militari duramente provate, ma insieme agguerrite, con due
corpi di battaglia dotati di grande esperienza di combattimento e nel
complesso più forti di quando avevano iniziato la guerra. In
particolare l'Irak poteva vantare 55 divisioni, 700 aerei, 5.500 carri
armati, una potentissima artiglieria e 2.500 missili di vario tipo.
Il problema del rapporto di forze tornava quindi a proporsi, ma non
più soltanto per Israele, bensì soprattutto per gli Stati
Uniti, i quali nel corso degli otto anni del conflitto Iran-Irak avevano
giocato (con intelligenza o con stupidità sarà la storia
a dirlo) la carta del laico Saddam contro il fanatico Khomeini, che,
in termini più vicini alla realtà politica, è come
dire che avevano armato il nazionalismo arabo iracheno per indebolire
l'integralismo islamico iraniano.
Anche il 1989 fu un anno di svolta dal punto di vista strategico, ma
per un diverso motivo. La distensione, l'evoluzione politica intervenuta
all'interno dell'Unione Sovietica, i mutamenti nell'Est europeo, aprirono
la strada a una nuova ondata di emigrazione ebraica verso Israele. Ciò
diede la concreta possibilità ai sionisti di mettere in esecuzione
i vecchi piani di espansione demografica (portare gli abitanti dello
Stato ebraico a 7 milioni entro il duemila) che erano rimasti un miraggio
fino a quando l'URSS, per rispetto verso gli arabi, aveva impedito l'espatrio
agli ebrei. Mi limiterò qui a elencare cronologicamente i fatti
che, a mio modo di vedere, hanno segnato la progressiva corsa verso
lo scontro.
Il 16 settembre 1989, prendendo in esame la decisione americana di limitare
l'afflusso di ebrei sovietici negli Stati Uniti, il primo ministro israeliano
Itzhak Shamir disse: «Gli ebrei vogliono lasciare l'Unione Sovietica.
Diciamo pure che preferirebbero l'America a Israele. Ma non possono
andare in America. Quindi verranno in Israele». Già da
mesi l'arrivo di una grande ondata immigratoria dall'Est e dall'URSS
era causa di un acceso confronto politico all'interno di Israele. I
movimenti estremisti invitavano incessantemente nei loro interventi
all'espulsione dei palestinesi dalla Cisgiordania manu militari. Le
prese di posizione ufficiali di Shamir, nel suo doppio ruolo di esponente
delle tendenze estremistiche prevalenti in Israele e di capo dell'esecutivo,
contenute in una serie di interviste pubblicate con grande rilievo dalla
stampa israeliana, sono la traccia più significativa per seguire
l'evoluzione della situazione dal lato dello Stato ebraico.
Nel febbraio del 1990 Shamir causò una tempesta politica internazionale
dichiarando: «Un grande Israele è necessario per installarvi
tutti gli ebrei sovietici». "Grande" è un'espressione
ambigua, che può essere molto minacciosa in bocca a un sionista,
come il lettore apprenderà leggendo questo libro. Il 3 marzo,
mentre l'interesse del mondo era concentrato sull'ipotesi di trattative
in vista di una soluzione del problema dei territori occupati, Shamir
fu interrogato su che cosa avrebbe dovuto fare l'OLP per rendersi accettabile
come interlocutore nei colloqui di pace. La sua risposta lapidaria fu
mirata per liquidare ogni possibilità di trattativa: «L'unica
cosa che può fare è sciogliersi, perché la sua
richiesta minima è uno Stato palestinese e uno Stato palestinese
non può coesistere con Israele». A ben riflettere, con
questo Shamir introduceva già un'ipotesi di guerra, in quanto
ignorava ogni possibilità di pace. Se infatti la sola possibilità
di pace consiste nel dare ai palestinesi lo Stato che ormai tutta l'umanità
riconosce loro come un diritto, il negare qualunque possibilità
di coesistenza equivale a ipotizzare la guerra come unico mezzo da parte
araba per conseguire la realizzazione del diritto, e da parte israeliana
per impedirlo.
Nella stessa intervista del 3 marzo Shamir affrontava in chiaro il problema
degli ebrei sovietici: «Il popolo ebraico deve concentrare tutti
i suoi sforzi e tutte le sue capacità nell' assorbimento dell'immigrazione
sovietica. Deve far venire qui e insediare il massimo numero di ebrei
sovietici entro la fine del secolo. Dobbiamo condizionare tutti gli
altri problemi politici e sociali a questo dovere. Io propongo che tutti
i leaders di Israele si occupino esclusivamente dell'immigrazione sovietica».
Infine anticipava più precisamente l'evoluzione che ci si doveva
attendere dallo Stato ebraico: «(...) Una grande immigrazione
ha bisogno di uno Stato forte». Il portato ovvio di questa politica
era che Israele doveva far conto soprattutto, se non esclusivamente,
sulla sua potenza militare, tanto offensiva quanto difensiva.
Il 21 giugno 1990, in un'altra intervista dall'intonazione solenne,
Shamir sottolineava la natura di sfida agli arabi che l'immigrazione
di massa di ebrei sovietici assumeva. Un giornalista gli aveva chiesto:
«Alcuni credono che il deterioramento della situazione ci porterà
a una guerra». «Dopo un intervallo di relativa tranquillità
voci di guerra si ricominciano a sentire nel mondo arabo (...) Questa
volta è l'Irak», rispose Shamir. «Alcuni paesi arabi
sono realmente sinceri quando dicono che è l'immigrazione stessa
che crea il pericolo di guerra (...)» «Allora gli arabi
sono giustificati nella loro paura dell'immigrazione», aveva insistito
il giornalista. Shamir non si lasciò sfuggire l'occasione di
lanciare il suo messaggio finale: «Hanno ragione, dal loro punto
di vista, perché questa immigrazione è la vera vittoria
del sionismo e di tutto ciò che Israele significa». Ancora
una volta bisogna ricorrere alla storia per comprendere «tutto
ciò che Israele significa», e rimando il lettore al contenuto
del libro.
Uno stillicidio di notizie di significato inequivocabile faceva da contorno
agli orientamenti generali enunciati da Shamir, indicando come drammaticamente
vicino nel tempo il momento in cui la politica israeliana avrebbe urtato
contro la resistenza del mondo arabo. Il 20 gennaio 1990 il generale
Yitzhak Mordechai, comandante delle truppe israeliane in Cisgiordania,
annunciò che la soluzione militare contro l'Intifada era ormai,
più che una possibilità, una certezza, affermando senza
condizionali: «La rivolta sarà schiacciata da una posizione
di forza con la potenza delle forze armate israeliane». L'ipotesi
di Israel Shahak relativa alla causa scatenante di un nuovo conflitto
arabo-israeliano cominciava così a prendere forma concreta.
In marzo Israele stabilì la censura militare su tutte le notizie
riguardanti l'arrivo degli immigrati dall'Est e dall'URSS. Alla fine
di marzo i servizi segreti americani e inglesi provocarono il sequestro
di 40 detonatori nucleari diretti all'Irak. Il 2 aprile, Saddam Hussein
dichiarò che la campagna di stampa scatenata contro l'Irak sulla
base di questo episodio aveva lo scopo di fornire una giustificazione
ad un attacco «chirurgico» da parte di Israele contro le
industrie militari irachene, analogo a quello che aveva lanciato nel
1981 contro il reattore nucleare «Osirak». Lo stesso 2 aprile
Israele metteva in orbita, con un missile della famiglia «Shavit»,
il satellite «Ofek-2» con capacità militari. Contemporaneamente
nel deserto del Negev entrava in funzione la stazione radio della «Voice
of America» (la voce dell'America) per trasmissioni in lingua
araba.
Ogni dubbio che un conflitto stava preparandosi doveva essere eliminato
agli occhi di qualsiasi osservatore attento, all'apparire, il 5 maggio
1990, sul Jerusalem Post, di un significativo articolo dovuto alla penna
del colonnello Irving Kett, dell'esercito degli Stati Uniti, un esperto
di alto rango di strategia militare americana applicata al teatro di
operazioni israelo-palestinese. Nel 1974 Kett era stato inviato in Israele
dallo «US War College», per definire, a uso del Dipartimento
di Stato, i limiti territoriali minimi per la sicurezza dello Stato
ebraico. Pertanto è un'autorità indiscutibile nella materia.
Nell'articolo Kett illustrava il suo pensiero ricordando, a titolo di
premessa, la presa di posizione di 100 generali e ammiragli americani
che nell'ottobre del 1988 avevano affittato un'intera pagina del Washington
Times per sollecitare clamorosamente Israele a non abbandonare in alcun
caso i territori occupati, sulla base della considerazione che «(...)
Un Israele forte ha servito gli interessi americani. Per rimanere forte
deve conservare la linea del fiume Giordano come suo confine orientale.
Premere su Israele perché si ritiri da questa linea, né
porterà la pace, né servirà gli interessi americani».
Evidentemente chi aveva ordinato al colonnello di scrivere l'articolo,
era animato dall'intenzione di portare in primo piano gli «interessi
americani». Kett scendeva poi ad affrontare nei particolari tecnici
il problema della «profondità strategica» necessaria
per la difesa del territorio israeliano in caso di guerra con gli arabi,
premettendo che «(...) la pace in Medio Oriente serve gli interessi
nazionali americani (...) a causa delle enormi riserve petrolifere della
regione». Più allarmante di ogni altra cosa, nell'articolo
di Kett, era il riferimento esplicito alla sostanza del trattato di
alleanza strategica fra USA e Israele, quando il colonnello, a conclusione
della sua analisi, affermava che gli israeliani stavano scivolando verso
l'inferiorità militare rispetto agli arabi, dicendo per l'esattezza:
«Gli arabi oggi possiedono il più vasto e più moderno
arsenale di armamenti del mondo, dopo gli USA e l'Unione Sovietica.
Hanno acquisito questo enorme arsenale spendendo centinaia di miliardi
di dollari evidentemente con un obiettivo fondamentale: la distruzione
dello Stato di Israele. In categorie critiche di armamenti Israele non
è riuscito a mantenere un rapporto di tre a uno in favore dell'insieme
degli eserciti arabi che sono schierati contro di lui. Questo divario
sta continuando ad allargarsi, e ci si può domandare se Israele
non stia perdendo anche il suo vantaggio qualitativo».
A buon intenditor poche parole: era arrivato il momento di «ridurre»
il potenziale bellico arabo, nella sua parte «esuberante».
Se il colonnello Kett citava solo una volta nel suo testo i missili
dell'Irak, la stampa israeliana nei giorni successivi si sforzava senza
risparmio di localizzare in quale paese dello schieramento arabo andava
materializzandosi la «insopportabile» superiorità
militare araba.
L'11 giugno il Parlamento israeliano diede la maggioranza al governo
più a destra della storia di Israele, e in questo il generale
Sharon, il responsabile della strage di Sabra e Chatila e stratega del
«grande Israele», assumeva il ministero preposto alla fornitura
di alloggio agli immigrati sovietici, con «poteri straordinari».
Dal canto suo l'Irak, per bocca di Saddam Hussein, lanciava la minaccia
di «incenerire mezzo Israele» in caso di aggressione.
La scalata proseguiva. L'imperativo strategico israelo-americano
sottolineato da Kett comportava inevitabilmente che tutto il peso del
dispositivo americano di difesa del Medio Oriente si spostasse in direzione
dell'Irak. Nel febbraio del 1990 il giornale Petroleum Economist già
sollecitava Bush a riempire con una solida «influenza americana»
il pericoloso «vuoto di potere» prodottosi nel Golfo, fraseologia
per iniziati, ma tutto sommato chiara.
È forse utile qui un accenno più generale alla pur arcinota
questione del dominio strategico statunitense sulla regione petrolifera
del Medio Oriente. Di quale petrolio si parla quando si dice che gli
americani fanno la guerra del Golfo per il petrolio?
Il petrolio che è in giuoco nel conflitto in corso mentre questo
libro compare, non è quello che consumiamo oggi o che consumeremo
nei prossimi 10 anni, ma il petrolio del prossimo secolo. Prendo in
prestito qualche cifra dalla rivista francese Alternatives Économiques
(Alternative Economiche) per introdurre il lettore:alla comprensione
dei grandi scontri di interessi entro cui vanno collocati gli avvenimenti.
Il Kuwait, in apparenza, non occupa che un ruolo marginale sulla scena
petrolifera mondiale, con i suoi 95 milioni di tonnellate prodotte nel
1989. Se l'Irak riuscisse ad assommare alla sua produzione (139 milioni
di tonnellate) quella del Kuwait, diverrebbe il quarto produttore del
mondo dopo l'URSS, gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita. Ma salirebbe
al secondo posto mondiale tra gli esportatori di greggio.
Ma non è qui il problema. Il Kuwait rappresenta soltanto il 3%
della produzione mondiale, ma dispone del 9,4 % delle riserve mondiali
provate, esattamente come l'Irak (9,9%) e l'Iran (9,2%). Entro quindici
anni -se nessuna scoperta capace di sconvolgere la statistica verrà
effettuata di qui ad allora (e se il consumo mondiale resterà
vicino agli attuali 3 miliardi di tonnellate l'anno) l'Irak e il Kuwait
uniti potrebbero rappresentare dal 15 al 20 per cento della produzione
mondiale, ma un quarto delle riserve provate di tutto il petrolio del
mondo. Gli altri paesi del Golfo, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti,
Qatar, Bahrein e Oman, ne deterrebbero circa il 60% (di cui il 34% da
parte della sola Arabia Saudita). Questa regione è destinata
a divenire, entro quindici o venti anni, depositaria dell'85% delle
riserve petrolifere del mondo. Di piu: la maggior parte delle riserve
ancora da scoprire si trovano, secondo le più avanzate ricerche
scientifiche, anch'esse sotto la sabbia dei deserti mediorientali. Tutti
sanno già oggi che la maggior parte del petrolio del ventunesimo
secolo verrà dal Golfo.
Gli Stati Uniti avranno sicuramente esaurito le proprie riserve nazionali
- Alaska esclusa - entro la fine del secolo. Già oggi gli Stati
Uniti sono divenuti parzialmente dipendenti dal petrolio del Golfo e
di più si avviano a diventarlo nel futuro. Nel 1972 importavano
dal Medio Oriente il 13% del loro consumo petrolifero. Nel 1985 la quota
era cresciuta al 45 %. Nel gennaio del 1990 aveva toccato il 54 per
cento.
I paesi che importano molto petrolio, vale a dire i paesi industrializzati
che basano il loro tenore di vita elevato sulla disponibilità
illimitata del petrolio al più basso prezzo, con alla testa gli
Stati Uniti, sono perciò comprensibilmente sensibili al rischio
di una concentrazione delle risorse petrolifere nelle mani di paesi
militarmente forti, e gelosi delle proprie prerogative nazionali, come
Irak, Algeria, Iran e Libia. Ufficialmente la guerra del Golfo per il
recupero del Kuwait alla sovranità della famiglia dello sceicco
Jaber Al Ahmad Al Sabah è stata presentata come «la difesa
del diritto internazionale e dell'ordine esistente». Ma nessuno
ci crede.
Il dubbio sorge proprio a proposito dell'ordine esistente, che nei paesi
che ho citato non collima affatto con gli interessi dei paesi industrializzati.
L'obiettivo finale implicito nella guerra è stato, al contrario,
la destabilizzazione dell'«ordine esistente» in Irak. E
americani e alleati proverebbero certo grande soddisfazione se potessero
destabilizzare anche Iran, Algeria e Libia. Il rigore nazionalistico
di questi paesi (che potrebbe essere fonte di contagio) rappresenta
un pericolo mortale non tanto per l'economia mondiale in sé e
per sé, quanto per le economie di un ristretto gruppo privilegiato
di paesi sperperatori di energia. È una considerazione ispirata
dalle cifre. Attualmente il 73% di tutto il petrolio dell'orbe terracqueo
è consumato dal 22% della popolazione mondiale. Il 78% degli
abitanti della terra, i più poveri, utilizzano solo il 27% del
petrolio estratto. Ma gli Stati Uniti, che costituiscono solo il 4,8%
della popolazione del globo, ne bruciano da soli il 25%.
Nella primavera del 1990 l'ipotesi di un conflitto in Medio Oriente
era già disegnata nei suoi contorni precisi. L'Irak si trovava
nella posizione di paese bersaglio designato di una offensiva strategica
congiunta israelo-americana, diretta ad annullarne la capacità
militare. Per Israele, la distruzione del potenziale bellico iracheno
era la premessa indispensabile per l'espulsione dei palestinesi dalla
Cisgiordania, in quanto l'Irak era il solo paese arabo che avesse la
volontà dichiarata di opporvisi e la forza per farlo. Per gli
Stati Uniti, la rimozione del pericolo iracheno era un imperativo assoluto
per poter mantenere, nell'immediato e in prospettiva, il controllo del
petrolio mediorientale e garantire la stabilità delle petromonarchie.
Si può dire che nella primavera del 1990 le condizioni essenziali
per una guerra erano già tutte riunite.
Il ruolo del Kuwait in questo giuoco non si presentava ancora in modo
definito come la possibile causa scatenante e come il terreno dello
scontro militare. Nell'opinione dei tecnici militari, nella primavera
del 1990, la guerra aveva tutta la probabilità di scoppiare nella
forma di un intervento dell'esercito iracheno a difesa della Giordania
attaccata da Israele per trasferirvi a forza i palestinesi. Il 23 febbraio
1990 si era tenuta ad Amman una conferenza dei capi di governo arabi,
alla quale avevano partecipato sia Saddam Hussein che l'egiziano Hosni
Mubarak, amico degli americani. Il presidente iracheno aveva manifestato
a chiare lettere l'intenzione dell'Irak di opporsi a Israele difendendo
la Giordania, aveva invocato l'uso della forza militare araba per «liberare
tutta la Palestina», e aveva preannunciato che si sarebbe opposto
agli Stati Uniti nel Golfo.
In quella occasione, Saddam Hussein elencò anche le sue rivendicazioni
nei confronti del Kuwait: rimborso del petrolio prelevato abusivamente
dal Kuwait nel giacimento di Rumailah, annullamento del debito che l'Irak
aveva contratto con il Kuwait nel corso della guerra con l'Iran (in
quanto, diceva Hussein, l'Irak aveva combattuto contro gli iraniani
anche per difendere il Kuwait), concessione all'Irak di un tratto di
costa del Kuwait in acque profonde per costruirvi un porto, come sbocco
sul Golfo di cui l'Irak era privo, un prestito immediato di 10 miliardi
di dollari, cessazione della politica di svendita del petrolio a basso
prezzo praticata dal Kuwait, che era fonte di enorme danno per l'Irak
e metteva in pericolo la sua economia. La riunione, tempestosa, era
finita con una rottura definitiva tra Saddam Hussein e Hosni Mubarak,
accusato d'essere «servo degli americani».
Senza Parlamento da quattro anni, il Kuwait appariva in quel momento
innanzitutto preda di una instabilità interna. Lo sceicco aveva
sciolto d'autorità l'assemblea legislativa nel 1986 perché
quest'ultima aveva preteso di esercitare un controllo sull'esecutivo
in merito alla politica petrolifera, dominio tradizionale assoluto della
famiglia regnante. L'opposizione e la famiglia Sabah erano ai ferri
corti. Il capo spirituale sciita Mohamed Baqr Abbas El Mussawi si trovava
in carcere da tempo sotto l'accusa di avere introdotto nel paese armi
ed esplosivi e di aver creato un'organizzazione per rovesciare il potere
della famiglia Sabah. Nemica giurata delle monarchie petrolifere, l'opposizione
sciita kuwaitiana era una forza non trascurabile, con una certa propensione
per la lotta armata. Dal 12 dicembre 1983, quando 6 automobili imbottite
di tritolo erano saltate contemporaneamente a Kuwait City davanti a
varie ambasciate occidentali, la vita politica in Kuwait era segnata
da manifestazioni di inquietudine. Nel 1989, 16 kuwaitiani sciiti erano
stati sommariamente giudicati e decapitati in Arabia Saudita, sotto
l'accusa di aver disseminato di petardi esplosivi propagandistici l'itinerario
dei pellegrini alla Mecca, al fine di screditare il governo saudita.
Allo scopo di ridurre al silenzio il movimento democratico che, sotto
l'impulso di un gruppo di 32 ex deputati, reclamava insistentemente
un parlamento autenticamente rappresentativo, lo sceicco Jaber aveva
escogitato l'elezione di un «Consiglio nazionale provvisorio»
(istituzione non prevista dalla Costituzione), con funzioni puramente
consultive; una parodia di istituzione parlamentare destinata a fungere
da paravento al potere assoluto dell'autocrazia dei Sabah. Boicottate
dall'opposizione, secondo i dati ufficiali le elezioni, tenute il 10
giugno 1990, avevano visto la partecipazione del 62 per cento degli
elettori, nella maggior parte membri delle tribù beduine, politicamente
sottosviluppati, coperti di pensioni e favori dallo sceicco, che vivevano
normalmente fuori dal Kuwait, i più in Arabia Saudita, e si presentavano
a Kuwait City una volta al mese per incassare lo stipendio. L'assemblea
eletta non appariva rappresentativa della classe politica e intellettuale
del paese, né delle categorie economiche. I manifestini dell'opposizione
democratica, distribuiti a migliaia di esemplari in tutto il Kuwait,
denunciavano la manipolazione del voto e le violenze esercitate sugli
elettori per obbligarli a recarsi alle urne. L'arresto del portavoce
dell'opposizione, l'ex diplomatico Mohamed Kadiri, rendeva palese il
nervosismo dello sceicco di fronte a una situazione che stava sfuggendogli
di mano.
Era in questa situazione di debolezza interna che il regime della famiglia
Sabah affrontava lo scontro con l'Irak. Anche se le rivendicazioni territoriali
apparivano un elemento secondario, un'arma di pressione sfoderata dall'Irak
per indurre a miti consigli il recalcitrante sceicco del Kuwait, esse
pesavano tuttavia come una spada di Damocle sull'emirato.
La vera questione di vita o di morte alla metà dell'anno 1990
per l'Irak era costituita dal prezzo del petrolio. A partire dal 1985,
la direzione della politica petrolifera dei paesi dell'OPEC era stata
dominata dalla logica imposta dalle monarchie petrolifere, con alla
testa l'Arabia Saudita ed il Kuwait: vendere quanto più petrolio
possibile ai prezzi più bassi. Il Kuwait, che secondo le quote
fissate dall'OPEC avrebbe dovuto produrre non più di 1,5 milioni
di barili al giorno, aveva continuato a gettare sul mercato 2,1 milioni
di barili quotidianamente.
Per paesi scarsamente popolati, come le petromonarchie, con pesi sociali
irrisori rispetto alle gigantesche quantità di petrolio disponibili,
gli introiti delle esportazioni petrolifere concentrati nelle mani delle
famiglie regnanti (più o meno 1.000 persone in Kuwait, ad esempio)
potevano essere rovesciati sul mercato mondiale dei capitali, generando
profitti che compensavano largamente il basso prezzo del petrolio praticato
all'origine. Questa politica era in evidente sintonia con gli interessi
generali dell'economia occidentale, ansiosa di greggio a basso prezzo,
che ne aveva largamente approfittato per rinviare la sua crisi latente.
Nei primi mesi del 1990 questa politica aveva provocato un vero collasso
dei corsi. Da marzo a giugno 1990 il prezzo del petrolio aveva subito
un calo del 30%. Una caduta dovuta a cause totalmente artificiali. Nei
dati fondamentali del mercato non vi era stata alcuna modifica che potesse
giustificarlo. All'inizio di giugno il greggio era giunto a valere intorno
ai 12 dollari al barile. Secondo l'analista americano Joseph Story,
il prezzo reale del petrolio, tenuto conto dell'inflazione, era arrivato
all'inizio dell'estate 1990 al suo più basso livello storico.
Bisognava risalire agli anni Venti per trovare prezzi del greggio altrettanto
bassi.
Questa discesa pilotata del prezzo del greggio fra la primavera e l'inizio
dell'estate del 1990 aveva, in sé, implicitamente, tutte le caratteristiche
di una guerra economica contro l'Irak, condotta per indebolirlo nel
momento in cui la tensione con Israele raggiungeva il suo culmine. Così
fu interpretata a Baghdad.
Fra il moltiplicarsi delle dichiarazioni sulla «inevitabilità»
della guerra, il 18 giugno l'Irak affermò di attendersi come
prossimo, se non imminente, un attacco israeliano alle sue industrie
belliche, promettendo una «risposta totale». Il 30 giugno
Saddam Hussein definiva nuovamente «inevitabile» il conflitto
se gli Stati Uniti non avessero provveduto a contenere Israele che si
accingeva a espellere i palestinesi dai territori occupati e che cercava
di «dominare il mondo arabo». L '11 luglio, Saddam Hussein
reiterava le sue accuse contro Israele, precisando di avere «informazioni»
su un progetto di attacco israeliano contro l'Irak.
Per questa guerra mancava solo il fattore scatenante.
All'inizio di luglio 1990, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti comunicarono
all'OPEC l'intenzione di aumentare ulteriormente l'estrazione di greggio
e di procedere a vendite massicce sui mercati mondiali, cosa che avrebbe
inevitabilmente provocato una ulteriore caduta del prezzo. Gli storici
saranno molto sorpresi in futuro se dovessero assodare che questa iniziativa
del Kuwait e degli Emirati Arabi Uniti fu presa senza essere coperta
da una garanzia militare americana. Il 12 luglio il ministro algerino
Sadek Bussena, presidente di turno dell'OPEC, respinse fermamente questa
ipotesi, dichiarando che il prezzo del petrolio doveva essere portato
invece subito ad almeno 18 dollari mediante una riduzione dell'offerta.
Il 17 luglio, in un discorso telediffuso in occasione del 22o anniversario
dell'ascesa al potere in Irak del Partito Socialista Arabo Baas, Saddam
Hussein denunciò esplicitamente la «politica petrolifera
seguita da certi governanti dei paesi arabi che agiscono su istigazione
degli Stati Uniti». Ritenendo tale politica «ostile alla
nazione araba», il presidente iracheno minacciò rappresaglie,
senza precisarne la natura. Tirando in ballo direttamente gli USA, Saddam
Hussein rivolse agli americani l'accusa di dettare la politica petrolifera
del Kuwait e degli Emirati Arabi Uniti in funzione anti irachena.
Il 18 luglio, in un memorandum ufficiale rimesso al segretario generale
della Lega Araba, l'Irak chiamò formalmente il Kuwait a rispondere
del «delitto» d'aver pompato senza limiti, fin dal 1980,
petrolio dal giacimento di Rumailah, che si trova a cavallo della frontiera
fra Kuwait e Irak, ma per otto decimi in territorio iracheno. L'Irak
definì questo atto come «aggressione militare». Il
tono dell'accusa irachena era violento ed esplicito: il Kuwait seguiva
una politica petrolifera volta deliberatamente, su mandato americano,
a indebolire l'Irak nel momento in cui questo doveva far fronte a una
feroce campagna «imperial-sionista». Portata davanti alla
massima istanza araba, l'intimazione assumeva il valore di un ultimatum.
Nell'ultima decade di luglio, la situazione precipitò verticalmente.
Mentre lo scontro fra Irak e Kuwait andava assumendo toni sempre più
aspri e minacciosi, il Washington Post rivelò la presenza di
due divisioni irachene blindate, rinforzate da carri pesanti e artiglieria,
alla frontiera con il Kuwait. Il Pentagono diede inizio a «manovre
congiunte» con le forze degli Emirati Arabi Uniti nel Golfo. Il
presidente egiziano Mubarak, il 25 luglio, consigliò l'Irak ed
il Kuwait di «dar prova di elasticità»
nelle trattative «per evitare l'intervento straniero». Quali
informazioni particolari possedesse Mubarak per poter preannunciare
come cosa certa uno sbarco americano preventivo in Kuwait, nessuno ha
finora potuto sapere. Ma certo il preannuncio era chiaro. L'Irak reagì
all'ostentazione di forza statunitense accusando gli Emirati Arabi Uniti
di «scivolare verso il tradimento». Qual' era la reale importanza
di queste manovre? Si trattava solo di una ostentazione di forza nel
più classico stile della «politica delle cannoniere»,
o dei preparativi per fornire al Kuwait la «garanzia militare»
che lo sceicco Jaber, fiducioso nell'onnipotenza americana, verosimilmente
si attendeva?
La cosa sicura è che il 25 luglio si svolse a Baghdad il famoso
incontro fra Saddam Hussein e l'ambasciatrice degli Stati Uniti April
Glaspie. Questo incontro è stato oggetto in seguito di molte
discussioni e illazioni. L'Irak ha anche pubblicato la trascrizione
precisa di tutto ciò che Saddam Hussein e la signora Glaspie
si dissero: non vi fu da parte americana alcun ultimatum e nessun invito
alla prudenza.
Secondo l'interpretazione corrente, la moderazione dimostrata dall'ambasciatrice
con il presidente iracheno fu una trappola tesa dalla diplomazia americana
per indurre l'Irak all'«errore fatale» di invadere il Kuwait.
Gli Stati Uniti desideravano che Saddam Hussein commettesse il passo
falso per giustificare agli occhi dell'opinione pubblica mondiale il
successivo intervento militare. Era la «causa scatenante»
che si cercava da tempo per la guerra. Con questa mossa gli Stati Uniti
conseguirono almeno sei risultati:
1) si consentivano il ricorso all'arma della «difesa della legalità
internazionale» e la mobilitazione, o strumentalizzazione che
sia, dell'ONU;
2) limitavano il teatro della guerra al solo territorio del Kuwait e
dell'Irak;
3) riducevano l'operazione militare alle dimensioni compatibili con
l'unico corpo di battaglia di cui gli USA dispongono, cioè le
forze mercenarie di «rapido intervento»;
4) si collocavano nella posizione di poter raggiungere il loro obiettivo
principale, quello di distruggere la forza militare dell'Irak, usando
la loro unica, reale superiorità, la potenza di fuoco aerea,
missilistica e navale, cioè l'arma «fredda» della
distruzione a distanza, quasi immune da perdite;
5) ottenevano indirettamente, una volta distrutto l'Irak, di restituire
a Israele la sua superiorità militare nel Medio Oriente;
6) mantenevano Israele fuori dal conflitto, impedendo la deflagrazione
di una nuova guerra generale arabo-israeliana. Una strategia che includeva
per gli USA anche numerosi vantaggi accessori, come ad esempio quello
di obbligare tutti i paesi industrializzati ad allinearsi compattamente
dietro di loro nella difesa di un interesse collettivo, il petrolio,
rafforzando con ciò la propria supremazia; quello di sfruttare
l'emergenza bellica per evitare il tracollo economico degli Stati Uniti;
e infine quello di addossare le spese della guerra alle monarchie petrolifere
e ai paesi industrializzati.
Strano, militarmente parlando, anche il comportamento delle forze armate
del Kuwait. Lo sceicco Jaber mise in un primo momento in stato di allarme
il suo piccolo ma armatissimo esercito, e successivamente annullò
il dispositivo, inducendo le sue truppe alla passività. E in
effetti gli iracheni avanzarono poi in territorio kuwaitiano senza incontrare
resistenza. Perché? Lo sceicco volle semplicemente evitare le
distruzioni di una battaglia? O i suoi alleati gli imposero una strategia
a lungo termine che prevedeva in un primo tempo la perdita del territorio?
Un comportamento che sembra collimare con l'idea della «trappola».
Ma l'Irak è caduto veramente nella trappola? L'idea di Saddam
Hussein che «cade nella trappola» è difficilmente
accettabile. In 22 anni di esercizio ininterrotto del potere è
sempre apparso un freddo calcolatore.
La decisione di invadere il Kuwait fu presa verosimilmente a ragion
veduta. Può darsi che il colloquio «dolce» di Saddam
Hussein con l'ambasciatrice Glaspie abbia influito sulla data dell'invasione
del Kuwait, in quanto può aver convinto lo stato maggiore iracheno
che gli americani smorzavano i toni per guadagnare tempo e facilitare
uno sbarco di sorpresa in Kuwait. Ma l'occupazione della «diciannovesima
provincia» era un fatto implicito nella strategia dell'Irak.
Alla base della decisione di Saddam Hussein di accettare la sfida americana
vi fu, giusta o sbagliata sarà la storia a dirlo, la valutazione
dello stato di debolezza dell'Occidente. Il gruppo dirigente iracheno
giudicò, il 2 agosto 1990, gli Stati Uniti e l'Occidente infinitamente
più deboli di quanto volessero far credere: economicamente e
finanziariamente in uno stato di crisi prossimo al collasso; militarmente,
con un solo punto di forza, la potenza di fuoco, e incapaci di reggere
un conflitto prolungato; politicamente privi di compattezza.
Il 26 luglio, il giorno successivo all'incontro di Baghdad fra Saddam
Hussein e l'ambasciatrice americana, una riunione «storica»
dell'OPEC a Ginevra segnò la fine dell'era del petrolio a basso
prezzo. La solidarietà, per la prima volta in 10 anni, fra Irak
e Iran, consentì di ripristinare la supremazia del nazionalismo
petrolifero in seno all'organizzazione dei paesi produttori. Alla riunione,
il Kuwait non fu rappresentato dal ministro Ali Khalifa che per molti
anni era stato il principale artefice del calo dei prezzi del greggio,
ma da un funzionario del ministero del petrolio, che quasi non intervenne
nel dibattito.
Con la sua energia, appoggiata sulla sua solida forza militare, l'Irak
trascinò i produttori dietro sé. L'accordo sulla gestione
coordinata della produzione del petrolio da parte dei 13 membri dell'OPEC
fissò l'aumento graduale del prezzo del barile partendo da un
minimo di 18 dollari fino a un massimo di 25. La parte dell'OPEC nel
mercato mondiale era in quel momento del 47%, una quota decisiva, molto
vicina al 50%, capace di influenzare tutta l'economia mondiale. Facendo
sentire il rumore dei cingoli dei suoi carri armati alla frontiera con
il Kuwait, l'Irak aveva riportato fra i produttori arabi quella disciplina
rispetto all'uso collettivo del petrolio che aveva consentito lo choc
petrolifero del 1973 e la politica degli alti prezzi negli anni successivi.
Il 26 luglio, l'Occidente vedeva così allontanarsi quel controllo
assoluto dell'oro nero, su cui ha basato tutto l'ultimo secolo della
sua storia. Il nuovo interrogativo che si poneva al mondo era: chi avrebbe
controllato veramente il petrolio del Medio Oriente? Le monarchie petrolifere
l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, l'Oman, il Bahrein
e il Kuwait e i loro alleati occidentali, o le due potenze militari
che si affacciano sul Golfo, l'Irak e l'Iran? Questa fu la vera sfida
di Saddam Hussein.
Con l'invasione del Kuwait, il 2 agosto, l'Irak rispondeva alla trappola
strategica degli Stati Uniti con una trappola storica. La storia è
la vera arma segreta Saddam Hussein, un'arma infallibile.
Occupando il Kuwait, l'Irak si poneva nella condizione di sfruttare
al massimo tutti i possibili fattori positivi della situazione:
1) sfruttava i mesi caldi del 1990 per trasformare il Kuwait in un campo
trincerato, con qualche migliaio di chilometri di camminamenti, in superficie
e sotterranei, bunker, ridotti, depositi, carri armati interrati, eccetera;
2) inchiodava così gli americani e i loro alleati a dover affrontare,
per sgomberare il Kuwait, uno scontro sul terreno su cui sono più
deboli, la battaglia terrestre;
3) poneva le premesse tattiche per poter infliggere all' avversario,
soprattutto agli americani, quelle gravi perdite umane che potrebbero
rovesciare le condizioni politiche del conflitto e che gli Stati Uniti
sanno di dover evitare a ogni costo;
4) creava le condizioni militari minime per prolungare la guerra, annullando
uno dei presupposti strategici chiave dell'azione americana, la brevità
del conflitto, trasformandolo in una guerra di logoramento;
5) si metteva nelle condizioni per poter moltiplicare fino al massimo
limite gli effetti della sua arma politica più potente: la capacità
di resistenza. Una resistenza ostinata, irriducibile fino all'assurdo,
che infiammando le masse arabe, avrebbe trasformato il conflitto in
una contrapposizione storica fra tutta la nazione araba unita e l'intero
Occidente, proiettata, al di là del presente, negli anni e nei
decenni a venire.
Nel momento in cui licenzio queste pagine, questa resistenza ha già
provocato una mutazione dei dati di base della situazione, che va al
di là della questione palestinese, e della stessa questione arabo-israeliana.
La fermezza dimostrata dal popolo iracheno ha determinato la nascita
di una nuova forza, che superando un'antica contraddizione, fonde nazionalismo
e integralismo arabo in nome di una guerra che non è più
soltanto nazionale, e non è più soltanto santa. Il mito
dell'arabo che muore combattendo contro gli occidentali ma non si arrende,
è già calato nella psicologia delle masse arabe. I primi
sei mesi del conflitto sono stati sufficienti per produrre questa mutazione.
L'umiliazione militare e politica dell'Irak può scatenare un'ondata
di nazionalismo capace di far saltare tutti gli «equilibri»
sui quali si reggono i paesi arabi detti moderati su cui l'Occidente
fa conto, e in tale situazione il nazionalismo arabo può trovare
un sicuro alleato nel fondamentalismo islamico. Se Saddam Hussein dovesse
essere ucciso, diverrebbe un martire, e si scatenerebbe l'inferno.
Ma già da ora sono assicurati tempi difficili. La trappola storica
di Saddam Hussein è già scattata. Qualunque cosa accada,
il dominio del petrolio non sarà cosa semplice.
Ecco le ragioni per cui ho cominciato a scrivere questo libro, alle
8 del mattino del 2 agosto 1990, dopo aver letto la notizia dell'invasione
irachena del Kuwait, nella convinzione che si era aperta una nuova fase
della storia del Medio Oriente. Una fase che fatalmente avrebbe riportato
alla superficie tutti, e tutti insieme, i numerosi problemi apparentemente
sepolti sotto le sabbie dei deserti mediorientali. La storia presenterà
un pesante conto da saldare.
Nei 170 anni di dominio più recente l'imperialismo ha costruito
un capolavoro di assurdità: non c'è un metro di territorio
in tutta la regione mediorientale che non sia rivendicato da qualcuno
e non c'è paese che possa dirsi al riparo da ambizioni altrui.
La questione della sovranità sul Kuwait non è che un esempio
quasi banale. La Turchia vuole Mossul e i suoi pozzi petroliferi, che
ora appartengono all'Irak, e l'Iran considera il Bahrein come proprio
territorio, l'Arabia Saudita da sempre mira ad assorbire alcuni emirati
e una parte, o tutto, il Kuwait, lo Yemen pretende la restituzione dei
territori che l'Arabia gli ha strappato con la forza; ognuno degli emirati,
tutti Stati con debolissima giustificazione storica, rivendica un pezzo
dell' altro: il Qatar rivendica il nord dell'Abu Dhabi, il Bahrein pretende
alcune isole situate presso il Qatar, Abu Dhabi rivendica la sovranità
su Dubay, Shariah vuole l'emirato di Ajman, il sultano di Mascate vuole
Shariah, e secondo l'emiro di Ras Al Khaymah tutti e sette gli emirati
della costa di Oman fanno parte del suo territorio; per altro la Giordania
è uno Stato inventato, mai esistito nella storia, il Libano in
ultima analisi è sempre stato territorio siriano, Israele è
uno Stato letteralmente artificiale, programmato e realizzato secondo
un disegno strategico delle grandi potenze a spese degli abitanti originari
della Palestina, che occupa territori giordani, siriani, libanesi ed
egiziani e aspira a nuove espansioni. Tutta la «legalità»
nel Medio Oriente è stata costruita con l'illegalità,
la prevaricazione e la violenza. Le frontiere non sono che righe immaginarie
che attraversano il deserto, tracciate dopo estenuanti mercanteggiamenti
e continue cancellazioni, con riga, compasso e matita, in base a imperativi
arbitrari dettati da calcoli economici, totalmente estranei agli interessi
dei popoli, che del resto nessuno si è mai sognato di interpellare.
Ma sul terreno, sono stati gli eserciti conquistatori a fissare la geometria
della spartizione delle ricchezze, in una sequenza interminabile di
invasioni, sbarchi, colpi di mano, interventi militari, fra immani sofferenze
e perdite spaventose delle popolazioni soggette. II cosiddetto «equilibrio»
politico del Golfo Persico e di tutta la vasta regione che lo circonda,
è in realtà un groviglio di contraddizioni laceranti,
uscite da secoli di imperialismo allo stato puro, da due guerre mondiali
e dal processo di disintegrazione di cinque imperi: quello ottomano,
quello zarista, quello tedesco, quello francese e quello inglese. Un
groviglio che fa di quest'area la politicamente più instabile
e più pericolosa del mondo,. nella quale in ogni centimetro di
confine è nascosta una bomba politica a scoppio ritardato.
Se la conferenza internazionale sul Medio Oriente che viene richiesta
da più parti insistentemente si farà, sarà dominata
dai riverberi della storia.
II presente breve lavoro di compilazione non ha la pretesa di inserirsi
nel panorama delle opere storiche sul Medio Oriente. Benché costruito
su una documentazione ineccepibile, vuoI essere soltanto una traccia
di analisi nell'interpretazione dei fatti che sono all'attualità,
in un momento in cui capire, giudicare e decidere diviene vitale per
ciascuno e per tutti. Ho cercato semplicemente di colmare, almeno provvisoriamente,
in attesa che qualcuno possa fare meglio e in modo più approfondito,
una evidente lacuna di informazione. Questo libro è una specie
di soccorso d'urgenza a beneficio delle vittime della «disinformazione
N» della televisione, che lascia fisicamente intatto l'uomo davanti
al video, ma lo distrugge dentro.
* * *
Ogni giorno mi chiedo se qualcuno ha mai fatto una seria
analisi di quali siano gli interessi nazionali italiani nella guerra
del Golfo. Se questa analisi è stata fatta, deve essere avvenuta
nelle stanze segrete, poiché sulla stampa non è trapelato
nulla. C'è notizia di qualche migliaio di miliardi di commesse
industriali perdute, ma nulla di più. Ma non è in questo
genere di perdite che possono essere riassunti tutti gli interessi nazionali.
Ciò di cui si è sentito parlare fin troppo è dell'obbligo
italiano a concorrere alla «difesa della legalità internazionale»
e al «mantenimento dell'ordine esistente». L'argomento del
mio libro è appunto il modo in cui si è formato l'ordine
esistente nel Golfo e in Medio Oriente, e sono proprio le conclusioni
cui sono giunto con la presente ricerca che mi hanno indotto a chiedermi
se gli interessi italiani siano stati ben valutati. Se l'ordine internazionale
non si confondesse con il controllo di una delle maggiori riserve mondiali
di petrolio, nessuno si sarebbe mai mosso per il Kuwait. Chi andrebbe
a combattere per qualche chilometro quadrato di sabbia? II nocciolo
della questione è il petrolio. Qui insorge un grande equivoco
fondamentale. Chiunque lo produca o chiunque lo venda, il petrolio si
compra a barili sul mercato. L'attuale società dei consumi, basata
sul mercato mondiale, funziona su questo principio. Il controllo delle
fonti di produzione e della sua distribuzione non è un problema
che investe direttamente ogni singolo Stato, ma è soprattutto
un grande problema del grande capitale internazionale che vi ha costruito
sopra il suo sistema. Se il petrolio del Kuwait fosse passato sotto
controllo dell'Irak, cosa sarebbe cambiato dal punto di vista di una
nazione come l'Italia che compra il greggio a barili? Assolutamente
nulla. L'Italia avrebbe continuato a comprare petrolio a prezzo di mercato.
Il cambiamento sarebbe stato invece grande, anzi grandissimo, per le
compagnie petrolifere, per il mercato finanziario assetato delle liquidità
del KIO (Kuwait Investment Company, Ufficio degli Investimenti del Kuwait),
per la famiglia Sabah, e per le grandi entità bancarie e industriali
che sono dipendenti dal flusso di liquidità che ne proviene.
Ciò perché l'Irak avrebbe subito nazionalizzato l'industria
petrolifera kuwaitiana, come ha già fatto con la propria nel
1972-1975. La guerra del Golfo non è quindi stata fatta nell'interesse
diretto e immediato delle singole nazioni, ma del sistema che le inquadra.
Proprio per questo motivo il grande capitale è stato costretto
a usare truppa mercenaria. Non ha potuto schierare soldati di leva perché,
essendo reclutati in nome della patria, questi probabilmente avrebbero
voluto sapere con maggiore precisione fino a qual punto gli interessi
del grande capitale collimano con quelli della nazione. Indirettamente
questo dubbio affiora già qua e là, fra le righe, perfino
nella stampa più accanitamente guerrafondaia.
Secondo il Corriere della Sera l'«armata brancaleone» presente
nel Golfo c'è per i motivi più disparati. Il 19 febbraio
1991, questo giornale scriveva: «Ci sono poi alcuni paesi del
Terzo Mondo le cui truppe dovunque ci si aspetterebbe di trovare, tranne
che nel Golfo: sono il Pakistan, con 5.000 uomini, il Bangladesh, con
2.000, il Senegal e il Niger, con circa 500 soldati a testa. In questo
caso, il probabile calcolo dei governi locali è quello di attrarre
la benevolenza del ricco Occidente in cambio di un po' di carne da cannone.
A guerra finita si avrà qualche titolo per chiedere i ringraziamenti
per l'aiuto fornito». Questa è la cruda verità.
Questi non possono essere gli interessi nazionali dell'Italia. In cos'altro
consistono? Evidentemente esigono una definizione precisa, quantitativa.
Si tratta di sapere, in concreto, se le battaglie del Golfo assicureranno
il petrolio all'Italia; se, alla fine, distrutto l'Irak e restituito
il Kuwait allo sceicco, l'Italia avrà più o meno petrolio;
e se al termine del conflitto, le sue conseguenze avranno creato condizioni
di sicurezza, quanto al rifornimento petrolifero nella lunga prospettiva,
per le presenti e future generazioni.
La decisione dell'intervento è maturata nella psicologia dei
nostri dirigenti in base alla cieca fiducia in una «vittoria finale»
sull'Irak, vittoria della «civiltà occidentale».
Il concetto di «vittoria» è emerso sistematicamente
in ogni dibattito televisivo. Esperti, inviati speciali e commentatori
delle televisioni di guerra, ai quali l'italiano medio deve forzatamente
fare riferimento per formarsi un'opinione, hanno mirato a inculcare
nel pubblico l'idea di «vittoria», con la stessa implacabile
precisione delle "bombe intelligenti" di cui, con malcelato
orgoglio hanno descritto gli effetti devastanti sulle popolazioni «indigene»
dell'Irak. All'italiano medio non è passato neppure per la testa
di domandarsi se una vittoria in questa guerra esiste, e se è
una vittoria che riguarda gli effettivi interessi nazionali.
Quando l'Irak ha invaso il Kuwait la maggior parte degli italiani ha
continuato tranquillamente ad accudire alle proprie faccende. I più
pensavano che una vera guerra fosse impossibile.
Ne avevano radicato la certezza in quarantacinque anni
di pace continuata, nel corso dei quali l'Italia era stata solo sfiorata
da eventi bellici. Una condizione felice, forse mai verificatasi nei
duemila anni precedenti.
Possiamo ammettere senza reticenze che in generale noi italiani, chi
più chi meno, abbiamo una coscienza molto larvata della natura
imperialista della nostra società e del nostro benessere. Crediamo,
perlomeno moltissimi credono, non del tutto in cattiva fede, che l'opulenza
in cui viviamo sprofondati sia il portato esclusivo della laboriosità,
industriosità e capacità creativa di un popolo fondamentalmente
mercante e calciatore. Quelli che si spingono più lontano nell'analisi,
arrivano al massimo ad ammettere che l'operosità nazionale si
è beneficamente associata, in questo lungo periodo, alla furbesca
capacità bottegaia del suo gruppo dirigente dominante di barcamenarsi
nelle più complicate vicende internazionali, schierandosi sempre
dalla parte del vincente, cioè degli Stati Uniti. Nove lustri
ininterrotti di adorazione pagana del dio dollaro e di fede cieca nella
sua efficacia per guarire tutti i mali e sanare tutte le situazioni,
hanno radicato nella società italiana una nuova religione portatrice
di un certo numero di eternità che non sono esattamente quelle
dello spirito: l'eternità del capitalismo, l'eternità
della supremazia occidentale, l'eternità del meccanismo riproduttore
del benessere, l'eternità del consumismo.
Lo scoppio della guerra ha perciò colpito l'italiano medio come
un terribile schiaffo, poiché la guerra ha portato d'improvviso
all'evidenza tutta la fragilità della costruzione su cui riposano
le sue certezze.
La prima certezza disintegrata dai fatti è stata appunto quella
che la sua condizione privilegiata deriva esclusivamente da lui stesso,
dal suo spirito di iniziativa e dalla sua volontà. D'improvviso
gli si è presentata davanti agli occhi, nella forma più
luminosa, quella dei bagliori delle bombe, la realtà inoppugnabile
che la sua ricchezza è basata prima di tutto sul petrolio degli
altri, e che per questo è stato coinvolto direttamente nell'impiego
della forza, sarebbe più esatto dire della ferocia, per conservarne
il controllo.
Questa scoperta gli è venuta proprio dalla esagerazione maldestra
del tele bombardamento cui è stato sottoposto. Nella descrizione
enfatica della mostruosa capacità di distruzione di una macchina
bellica che rappresenta una coalizione di 972 milioni di uomini, per
due terzi con un reddito medio superiore ai 15.000 dollari l'anno, scatenata
contro 17 milioni di ostinati iracheni con meno di 3.000 dollari l'anno,
era implicita la confessione che il sistema esiste in ragione della
sua capacità prevaricatrice. Anche la coscienza più corazzata
è stata perforata alla fine da questa evidenza. Oggi ogni italiano
sa di essere imperialista, qualunque sia la sua condizione sociale.
Questa presa di coscienza comporterà inevitabilmente delle scelte
di campo all'interno della popolazione italiana nel prossimo futuro.
Desidero proporre qualche motivo di riflessione sull'argomento, basato
sulla storia antica e recente, e su qualche semplice cifra. Tra il 1096
e il 1270 si sono avute 9 grandi crociate per la riconquista dei luoghi
santi del cristianesimo, che giunsero anche a costituire dei regni cristiani
in Palestina, in Siria e in Libano. È vero che sono cose lontane
nel tempo, ma quando, dopo la prima guerra mondiale, il generale francese
Gouraud giunse in Siria per prenderne possesso in nome della Francia,
penetrò a Damasco nella moschea degli Umayydi, dove riposano
i resti di Saladino, il grande vincitore dei crociati, e, battendo il
piede sulla sua tomba, esclamò: «Svegliati Saladino, siamo
tornati». La storia non è poi cosi lontana.
Al di là del loro fondamento religioso, le crociate furono rese
possibili dallo sviluppo demografico avuto all'epoca dall'Europa, la
cui popolazione passò dai 30 milioni di abitanti dell'anno 1000
ai 35 milioni del 1100, ai 49 milioni del 1200, ai 57 milioni dell'anno
1250. I paesi della riva asiatica e africana del Mediterraneo avevano
33 milioni di abitanti nell'anno 1000, scesi a 28 milioni nell'anno
1100, diminuiti ulteriormente a 27 milioni nell'anno 1200, e ridotti
a soli 22 milioni nel 1250. La proporzione era dunque all'incirca di
1 a 1 nell'anno 1000, e divenne di 3 a 1 a favore delle popolazioni
europee nell'anno 1250, durante la fase finale delle crociate cristiane.
Fra il 1830 e il 1910 la quasi totalità dei territori africani
e mediorientali che si affacciano sul Mediterraneo fu oggetto di conquiste
militari e posta sotto il dominio europeo. Il rapporto fra popolazione
dell'Europa da una parte e Nord Africa e Medio Oriente dall'altra, che
era ancora di 3 a 1 nel 1750, divenne di 5 a 1 nel 1850. Fra il 1850
e il 1900, mentre la popolazione araba della riva meridionale aumentò
solo di 18 milioni di persone, la popolazione della riva settentrionale,
europea, crebbe di ben 90 milioni di persone. La conquista del Medio
Oriente fu completata dagli europei fra il 1900 e il 1948 in condizioni
di superiorità numerica schiacciante.
Ma per la prima volta da più di duemila anni, nell'anno 1985,
gli abitanti della riva meridionale del Mediterraneo hanno superato
la popolazione dei paesi della riva settentrionale. Il Mediterraneo
comincia a non essere più un mare «europeo». Lo scarto
è destinato ad aumentare in modo travolgente nel futuro: secondo
le proiezioni demografiche dell'ONU, entro 10 anni, nel 2000, avremo
270 milioni di abitanti sulla riva meridionale islamica, e 200 in quella
settentrionale a prevalenza cristiana. Nel 2020 si manterranno stazionari
i 200 milioni di abitanti nel Mediterraneo europeo, ma avremo ben 370
milioni di abitanti sulla riva meridionale arabo-islamica, cioè
quasi il doppio.
Queste cifre diventano impressionanti se guardiamo all'insieme
del Medio Oriente arabo, comprendendovi l'Iran (che è da tener
presente in quanto, anche se non è arabo, è islamico,
produttore di petrolio, e si affaccia sul Golfo). Ebbene, i 22 paesi
arabi più l'Iran vantano già oggi una popolazione di 270
milioni di abitanti. Ma ogni 10 mesi l'Egitto aumenta di 1 milione di
uomini. In Palestina, in Siria e in Algeria, le donne hanno in media
7 figli ciascuna. L'Algeria entro vent'anni potrebbe essere un paese
di 75 milioni di abitanti.
L'ampiezza di questo rovesciamento di rapporti di forza demografici
lascia prevedere tempi difficili alla distanza.
Il solo «baluardo» effettivo che l'Occidente possiede nella
regione è Israele il quale, anche nel caso in cui riesca a realizzare
il suo massimo programma di espansione demografica, raggiungerà
i 7 milioni di individui fra 10 anni. Ma fra 10 anni arabi e persiani
avranno superato la soglia dei 350 milioni. Da ciò deriva, senza
possibilità di errore, che l'eventuale tentativo di dominio imperialista
del Medio Oriente e del suo petrolio potrà essere esercitato
solo in forma terroristica, con minacce di interventi diretti, o per
l'interposta forza atomica di Israele. Il realismo esige che l'italiano
imperialista abbia presente questa prospettiva. È un'epoca di
terrore che lo attende.
Per la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, l'Italia
è, fra i paesi europei e occidentali, quello che per natura svolge
un ruolo di avanguardia in direzione del mondo arabo. Per di più
è uno dei 7 paesi che si arrogano la direzione del sistema capitalistico,
uno dei cosiddetti «grandi»; perciò implicitamente
porta una parte di responsabilità nel comportamento del mondo
occidentale verso gli arabi. Ora: gli Stati Uniti sono a migliaia di
chilometri dalla Tunisia, dall'Algeria e dalla Libia, ma la costa dell'Africa
araba è a soli 150 chilometri dalla Sicilia. Gli interessi nazionali
italiani si differenziano forzatamente da quelli generali dei paesi
industrializzati, perché sono particolari, specifici, dettati
dalla geografia. L'Italia è evidentemente nella necessità
di regolare la propria politica verso i paesi arabi sui grandi cicli
del movimento di massa arabo, e non sugli atteggiamenti dei governi.
E ciò per un motivo semplice: perché i governi passano
ma le masse restano. Gli Stati, sono le masse.
Nel corso di tutta la crisi irachena, televisione, radio e giornali
hanno dedicato una cura particolare nell'occultare la dimensione, la
profondità e la violenza del movimento popolare di sostegno all'Irak
che ha scosso i paesi arabi. Delle gigantesche, continue, tumultuose
manifestazioni di piazza, delle iniziative di solidarietà, della
rete di organizzazioni di base sorte spontaneamente fin nelle più
remote località, dell'inquadramento paramilitare che quasi ovunque
ha caratterizzato la mobilitazione della gioventù araba, della
intonazione antiamericana, antioccidentale e anti italiana delle parole
d'ordine che sono risuonate per le vie di Rabat, di Nouakchott, di Algeri,
di Tunisi, di Tripoli, di Beirut, di Amman, Teheran, Sanaa, Aden, l'italiano
medio non ha saputo quasi nulla: poche immagini fugaci e due parole.
In sette mesi il mondo arabo ha subìto in realtà, sotto
la spinta della guerra del Kuwait, una trasformazione radicale. Una
grande tempesta araba si prepara. I governi arabi domani non saranno
più quelli di ieri.
Sottovalutazione dei fattori politici e storici e sopravvalutazione
dei fattori militari si sono assommate in modo nefasto nella decisione
di trascinare l'Italia nell'avventura kuwaitiana, il cui solo effetto
è stato quello di mettere la nazione italiana in opposizione
alle masse arabe. Una neutralità avrebbe procurato invece all'Italia
preziose simpatie.
Gli europei e l'Occidente in genere si dedicano a interventi militari
in Medio Oriente da almeno 170 anni (e da 90 al solo scopo di dominare
il petrolio) e hanno dovuto assistere sistematicamente al crescere delle
forze ostili e al moltiplicarsi delle difficoltà. Il nazionalismo
arabo, che era una forza irrisoria nel 1916, è diventato in settantacinque
anni una enorme potenza proprio come reazione a una serie interminabile
di interventi militari delle grandi potenze. L'integralismo islamico,
che terrorizza i grandi interessi petroliferi, che si affianca e si
confonde ormai con il nazionalismo, è un prodotto dello stesso
fenomeno di reazione alla dominazione militare degli «infedeli».
Di intervento in intervento, ora l'imperialismo ha raggiunto il limite
massimo delle proprie possibilità, poiché ha dovuto impiegare
tutto il potenziale militare disponibile per cercare di ridurre alla
propria mercé non l'insieme del nazionalismo arabo, e neppure
tutto l'integralismo islamico, ma solo il nazionalismo di un piccolo
popolo come quello iracheno. Che cosa potrebbe fare di più? L'Occidente
possiede forse la potenza di fuoco per distruggere un paese arabo, due,
forse anche tutti e 22 i paesi arabi, più l'Iran, ma non possiede
la forza materiale per presidiare il territorio.
Come è noto, gli americani erano già determinati in partenza
a rimanere con le loro forze nella penisola arabica al termine del conflitto,
al fine di garantire la stabilità delle petromonarchie. Verosimilmente
gli Stati Uniti saranno indotti a considerare questa scelta tanto più
obbligata in futuro, in quanto la rivolta di base in favore dell'Irak
ha raggiunto anche vasti settori della popolazione dell'Arabia Saudita,
degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar, dell'Oman e del Bahrein, dove
esistono numerose minoranze da sempre schierate contro il potere dei
re e degli sceicchi. Per fare un esempio, gli sciiti: sono il 60% in
Bahrein, erano il 30% della popolazione in Kuwait prima dell'occupazione
irachena (in Irak sono il 56% concentrati nella parte meridionale del
paese che confina per l'appunto con il Kuwait), il 10% nella stessa
Arabia Saudita. Fra i numerosi errori commessi, gli americani hanno
fatto quello di bombardare i luoghi santi degli sciiti, che si trovano
in Irak. Sulla sola città santa di Najaf hanno compiuto, pare,
300 incursioni, devastandola, determinando manifestazioni furiose di
rabbia anche in Iran, dove gli sciiti sono la quasi totalità
della popolazione. Non occorre alcun genio per comprendere che le petromonarchie
tanto care agli americani e all'Occidente potranno reggersi in futuro
soltanto con il sostegno diretto dei marines. Se gli americani se ne
andassero, sceicchi emiri e re cadrebbero come birilli.
Agli strateghi statunitensi si pone quindi il problema del controllo
del territorio, problema che si presenta con due corni e una molteplicità
di ripercussioni. Il primo corno riguarda la possibilità, e i
rischi, di un presidio militare statunitense permanente di Arabia Saudita,
Kuwait, Bahrein, Oman, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Un problema nel
quale la difficoltà maggiore sembra rappresentata dalla vastità
del dispositivo necessario, perché si tratterebbe di mantenere
il controllo globale di 2 milioni e 460 mila chilometri quadrati, per
lo più di sabbia. Un affare con numerose incognite. La più
recente esperienza occidentale di controllo di un territorio arabo fu
quella del Libano nel 1982. Dopo l'invasione israeliana, come è
noto, una spedizione multinazionale anglo-francoitalo-americana sbarcò
a Beirut per consentire agli israeliani di sganciarsi. Quella fu la
prima occasione, dopo il disastroso sbarco francobritannico a Suez del
1956, in cui forze militari occidentali vennero a contatto diretto con
le masse arabe. Nell'assedio di Beirut l'esercito israeliano subì
uno stillicidio di perdite umane che in prospettiva diveniva insopportabile
e che alla fine lo indusse all'abbandono del controllo del territorio
libanese. Analogamente le forze di intervento americana e francese subirono
perdite enormemente sproporzionate rispetto alle dimensioni ridottissime
del territorio controllato. La lezione dell'invasione del Libano del
1982 fu che il controllo del territorio in opposizione alle masse nazionaliste
arabe e integraliste islamiche è praticamente inattuabile.
Il secondo corno del problema riguarda le ripercussioni di una prolungata
permanenza di forze di occupazione, in qualunque modo mascherata e qualificata,
sulla terra araba. Questa eventualità è già stata
dichiarata intollerabile da tutti i governi arabi. È fin troppo
facile prevedere che il presidio militare del petrolio equivarrebbe
a eternizzare il conflitto dando luogo a una mobilitazione permanente
delle masse di tutto il mondo arabo.
È altrettanto facile comprendere che l'Italia è il paese
più esposto alle ritorsioni arabe in quanto paese «complice»
delle grandi potenze e anche anello debole della catena imperialista.
più grandi e profondi saranno i motivi di rafforzamento del nazionalismo
e dell'integralismo nel mondo arabo, e più pesante sarà
la fattura da pagare per l'errore sconsiderato della partecipazione
ad una guerra nella quale non era in giuoco alcun reale interesse nazionale
italiano.
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