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Le
frontiere maledette del Medio Oriente
di Filippo Gaja
Maquis Editore
Febbraio 1991
Capitolo 35. ONORE DELLE ARMI AL «POPOLO
CHE NON ESISTE»
All'inizio degli anni '80 c'era ancora un territorio
dove i palestinesi, concentrati dopo il «settembre nero»
del 1970, godevano di un minimo di autonomia: il Libano. Qui fra 500.000
uomini, donne e bambini, andava nascendo una organizzazione civile palestinese
simile a quella di uno Stato moderno: l'embrione di una società
autosufficiente, istruita, politicamente evoluta, con un sistema scolastico
dall'asilo nido all'università, un sistema di assistenza sociale
capillare, cliniche, ospedali, trasporti, radio, giornali, organismi
economici e finanziari. Neutralizzato l'Egitto, la concentrazione palestinese
in Libano parve a Israele una «minaccia» alla sua sicurezza,
e il governo di Tel Aviv enunciò un nuovo principio della «legalità
internazionale». L'inchiostro della firma degli accordi di Camp
David, che copriva le spalle a Israele e lasciava l'OLP sola era ancora
fresco, quando il primo ministro israeliano Menahem Begin affermò
esplicitamente il «diritto» di Israele a intervenire in
Libano «in qualsiasi momento». Si era nel 1980, l'invasione
non era che una questione di tempo.
L'operazione fu chiamata in codice «Pace in Galilea». Il
5 giugno 1982, forze corazzate, artiglieria, aviazione, paracadutisti
e truppe da sbarco israeliane, 120.000 uomini in tutto, dotati dell'armamento
più sofisticato, entrarono in Libano con quattro obiettivi: primo,
distruggere fisicamente la struttura militare dell'OLP; secondo, annientare
materialmente l'organizzazione civile impiantata dall'OLP fra i 500.000
rifugiati palestinesi; terzo, allontanare la popolazione palestinese
dai confini israeliani respingendola verso nord e verso la Siria; quarto,
instaurare in Libano un governo «cristiano» falangista in
grado di imporre e mantenere la «pax israeliana».
L'avanzata israeliana raggiunse rapidamente Beirut, ma qui 7.000 combattenti
dell'OLP affiancati da forze libanesi progressiste tennero in scacco
per 79 giorni la poderosa macchina da guerra israeliana.
La comunità palestinese in Libano si trovò di fronte a
un dilemma mortale: capitolare avrebbe significato la sparizione politica
e militare della resistenza per un periodo difficile a misurarsi in
anticipo; accettare la battaglia significava, dopo una resistenza la
più lunga possibile, soccombere, e quasi certamente, per i più,
il sacrificio supremo.
La scelta dell'OLP fu per la lotta ad oltranza. Dal suo rifugio in Beirut
assediata, Arafat si rivolse ai paesi "non allineati", di
cui l'OLP fa parte, per una iniziativa che scuotesse il mondo dalla
sua indifferenza. I delegati di 64 paesi si riunirono in sessione straordinaria
a Nicosia, a metà luglio. Il comunicato finale della riunione,
reso pubblico il 18 luglio 1982, sottolineava che «il sostegno
massiccio ricevuto da Israele sul piano militare finanziario e politico
dagli Stati Uniti» aveva reso possibile l'invasione israeliana,
e chiedeva la mobilitazione dei popoli di tutto il mondo per fermare
il massacro. Nella battaglia di Beirut i fedayn (in arabo "i martiri")
impiegarono l'esperienza fatta nel corso della guerra civile libanese
del 1975-76, che li rendeva nettamente superiori agli israeliani nel
combattimento casa per casa. Tale superiorità esponeva gli israeliani
in fase di attacco a perdite enormi. Lo stato maggiore israeliano fu
costretto a ripiegare su un assedio di tipo medievale, ma attuato con
armi del 2000, sottoponendo indiscriminatamente la città a un
fuoco d'inferno a distanza. La mobilitazione dell'opinione pubblica
mondiale impose alla fine il cessate il fuoco.
All'evacuazione dei combattenti palestinesi da Beirut si giunse con
una "mediazione" americana. Detto in chiaro, gli americani,
sotto la pressione internazionale, furono costretti a imporre agli israeliani
una soluzione concordata. Il 21 agosto 1982 giunsero in Libano i militari
della forza internazionale che si interposero fra israeliani e palestinesi.
Nei giorni seguenti i reparti palestinesi, conservando le loro armi,
si imbarcarono per diverse destinazioni, inquadrati per battaglioni
come un esercito regolare. «Il popolo che non esiste» aveva
ottenuto dall'umanità intera l'onore delle armi.
Il 13 settembre, inspiegabilmente, oppure fin troppo spiegabilmente,
i contingenti internazionali furono ritirati e il 15 settembre le truppe
israeliane, in violazione degli accordi, entrarono in Beirut Ovest ormai
sgombra di difensori, dove era rimasta solo la popolazione civile palestinese.
Il 16 settembre si verificò la strage di Sabra e Chatila. L'infamia
di Sabra e Chatila resterà scolpita eternamente negli annali
della viltà. 400 carnefici scelti fra il fior fiore del falangismo,
cioè della destra "cristiana" libanese, furono introdotti
nei campi di Sabra e Chatila, sorvegliati dalle truppe di Israele. Tra
le 17 del 16 settembre e le 10 del 19 settembre 1982, compirono il più
barbaro dei massacri. 2.000 cadaveri furono identificati al termine
della carneficina, ma centinaia di corpi erano stati seppelliti in fosse
comuni scavate con i bulldozer. Si calcola che le vittime siano state
più di 3.000. L'eccidio fu un'operazione politica premeditata,
ispirata dalla fredda volontà di seminare il panico fra i palestinesi,
con torture prima dell'assassinio, mutilazioni, dinamitaggio di case
con gli abitanti chiusi dentro, fucilazioni di intere famiglie, meno
un superstite lasciato vivo in ciascun nucleo familiare perché
potesse raccontare e spargere il terrore.
Secondo il giornalista israeliano Amnon Kapeliuk il massacro si inquadrò
in una logica precisa. Agli ufficiali comandanti delle truppe israeliane
di invasione era stato dato dall'alto l'ordine di «espellere i
palestinesi verso le linee siriane e non permettere loro di tornare».
Ma l'esodo previsto non si era prodotto. Galvanizzata dalla resistenza
dei fedayn in Beirut, la popolazione palestinese non si era fatta prendere
dal panico ed era rimasta sul posto in qualsiasi condizione. Uno dei
falangisti assassini intervistato dalla televisione israeliana disse
in seguito senza mezzi termini: «Bisognava fare un Deir Yassin
per espellere i palestinesi» (il massacro compiuto nel 1948 in
un villaggio palestinese di cui abbiamo già parlato). Il massacro
di Sabra e Chatila produsse uno choc sull'opinione pubblica internazionale.
Le inchieste assodarono la responsabilità oggettiva dei governanti
israeliani e la complicità diretta di alcuni ufficiali. L'inchiesta
giudiziaria in Israele dichiarò il primo ministro Begin, l'antico
capo del gruppo terroristico Irgun, "moralmente responsabile"
dell'eccidio.
Il costo umano finale dell'operazione «Pace in Galilea»
fu spaventoso. Secondo un bilancio reso pubblico dalla polizia libanese,
fra il 4 giugno e il 31 agosto 1982 l'invasione israeliana causò
19.085 morti, di cui 6.775 a Beirut e 12.310 nel resto del Libano, e
30.302 feriti e mutilati. L'84% delle persone uccise erano dei civili,
dei quali i1 33% avevano meno di 15 anni e il 24% più di cinquanta.
Secondo lo stesso rapporto, a seguito dell'assedio israeliano a Beirut
Ovest, 2.224 edifici furono interamente distrutti, 4.733 gravemente
danneggiati e 2.770 parzialmente. In più, al 20 ottobre 1982
si ricercavano in Libano fra i 3.000 e i 7.000 "scomparsi".
Nel Libano meridionale, dove l'avanzata israeliana incontrò una
tenace resistenza, dei 92.000 rifugiati palestinesi che vi vivevano,
60.000 rimasero senza tetto.
La vittoria militare israeliana fu una sconfitta politica. Nessuno degli
obiettivi dell'invasione venne raggiunto. La forza militare dell'OLP
non fu annientata, la popolazione palestinese non venne espulsa che
in piccola parte, e Israele non ottenne lo sperato controllo globale
del Libano, né una supremazia reale. L'OLP guadagnò invece
molti amici nel mondo.
I confini subirono tuttavia una ulteriore modifica, perché Israele
stabilì il proprio controllo diretto su una parte del Libano
meridionale, e il controllo indiretto su un 'altra parte, più
vasta, del territorio, mediante le milizie «cristiane» alleate.
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