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Le
frontiere maledette del Medio Oriente
di Filippo Gaja
Maquis Editore
Febbraio 1991
Capitolo 38. PETROLIO E DEMOCRAZIA
Lo sceicco Saad Al Abdalla, figlio dello sceicco Abdalla,
che alla morte del padre nel 1965 ereditò circa 60 milioni di
dinari (più o meno 6.500 miliardi di lire), ebbe a dire un giorno,
nel 1967, ad un deputato kuwaitiano: «Noialtri Sabah preferiamo
regnare a Kuwait per 10 anni senza che nessuno ci chieda conto di nulla,
piuttosto che regnare cinquant'anni dovendo rendere dei conti...».
Nessuno potrebbe pretendere, neppure il presidente americano George
Bush, che l'intervento militare in Kuwait e le migliaia di vittime che
ha prodotto, abbia avuto qualcosa a che vedere con la «difesa
della democrazia» .
Avevamo interrotto qualche pagina addietro la descrizione delle peripezie
della democrazia kuwaitiana al momento in cui lo sceicco Al Jabir, nel
1938, aveva sciolto l'assemblea consultiva nella quale erano prevalse
tendenze anti inglesi. Ci fu un debole tentativo di dare inizio a una
vita politica democratica nel 1957, prima del raggiungimento dell'indipendenza,
quando il Kuwait era ancora sotto protettorato britannico, con l'elezione
di una «Camera unica». Ma gli elettori commisero l'errore
di preferire alcuni oppositori notori della famiglia regnante, che furono
subito costretti a dare le dimissioni. Con l'indipendenza, giunse infine
una Costituzione, promulgata nel 1962, che trasformava il consiglio
supremo dei membri della famiglia Al Sabah, che fino a quel momento
aveva retto le sorti dell'emirato, in un Consiglio dei Ministri di 16
membri, tutti scelti dall'emiro, e creava la carica di primo ministro,
ugualmente scelto dall'emiro sempre fra i membri della famiglia Sabah.
Questa carica non era esistita fino ad allora, in quanto gli affari
erano sempre stati gestiti personalmente dal sovrano in carica.
La Costituzione prevedeva anche l'elezione di un Parlamento di 50 membri,
ma le modalità della sua elezione erano piuttosto singolari.
Potevano votare solo i kuwaitiani "di razza", maschi e di
età superiore ai 20 anni, che avessero prodotto la prova di risiedere
in Kuwait da più di due decenni: un corpo elettorale di circa
50.000 persone, composto dagli elementi più privilegiati della
popolazione. Ma il Parlamento veniva "integrato" con uomini
scelti dalla famiglia regnante, cioè i 16 membri del governo,
che partecipavano di diritto alle votazioni.
Il giuoco parlamentare era ulteriormente complicato da un sapiente regolamento
che prevedeva un "quorum" di almeno 33 voti perché
una decisione potesse essere adottata. Ma, contrariamente agli usuali
regolamenti parlamentari in cui il "quorum" si riferisce al
numero dei presenti, il regolamento del Parlamento kuwaitiano agganciava
il "quorum" agli aventi diritto al voto (33 più 16)
ed in più considerava le astensioni come assenze. Disponendo
già dei 16 voti dei membri del governo, i principi Al Sabah potevano
facilmente boicottare ogni progetto di legge che non fosse di loro gradimento
semplicemente incoraggiando le astensioni.
Le cose erano combinate in modo che il Parlamento fosse semplicemente
una camera di registrazione della volontà della famiglia regnante.
I partiti politici rimanevano proibiti in Kuwait, ma ciò malgrado,
l'opposizione, organizzata in «associazioni», continuava
ad aumentare la propria forza.
Le elezioni politiche per la seconda legislatura si tennero nel 1967.
L'opposizione sostenne che erano state truccate e 12 deputati diedero
subito le dimissioni. Il governo dovette allora modificare la propria
tattica. Rinunciò a cambiare le schede nell'urna; decise che
sarebbe stato più semplice cambiare la popolazione.
Per compensare la "contaminazione" modernista dello strato
più evoluto della popolazione kuwaitiana, alcuni principi Sabah
escogitarono uno stratagemma originale. Fecero immigrare in Kuwait elementi
di tribù nomadi normalmente insediati in Arabia Saudita, come
gli Shammar, gli Ajman, i Mutair (che abbiamo già incontrato
ripetutamente nel corso della nostra narrazione). Attirati dalla lucrosa
prospettiva dei vantaggi riservati alla nazionalità kuwaitiana,
i nomadi accettarono di buon grado di essere registrati nelle liste
elettorali del Kuwait; in fondo, il solo obbligo loro richiesto era
quello di presentarsi a Kuwait una volta al mese per riscuotere i sussidi,
ed eventualmente una volta ogni quattro anni per votare.
All'inizio i nuovi elettori venuti dal deserto furono iscritti nelle
circoscrizioni della periferia di Kuwait -Jahra, Ahmadi, Salmyeh- poi,
a poco a poco, in circoscrizioni più centrali, come l'ottava
circoscrizione di Kuwait, nella quale trecento beduini furono iscritti
prima delle elezioni del gennaio 1975. Il dottor Ahmed Khatib -uno dei
candidati dell'opposizione- portò la questione in tribunale,
al quale richiese di cancellare un certo numero di nomi dalle liste
elettorali della sesta e dell'ottava circoscrizione; il tribunale si
dichiarò incompetente e rinviò il caso al tribunale amministrativo.
Ma questo non poté interessarsi del problema, per una ragione
semplice: era previsto dalla Costituzione del 1962, ma i giudici non
erano mai stati nominati. Trecento votanti sono molti per una circoscrizione
dove, su cinquemila elettori, soltanto duemila prendono parte alle elezioni.
Il vincitore ottiene ad esempio 650 voti, e i suoi rivali l'uno 598
e l'altro 592. I margini sono ristrettissimi. Il numero dei "nuovi
kuwaitiani" fu calcolato fra i centomila e i duecentomila. Tale
cifra è evidentemente non verificabile, ma una circoscrizione
periferica che contava alle prime elezioni, nel 1963, circa 500 votanti,
giunse a contarne seimila o settemila. La città di Kuwait, che
contava solo 55.000 analfabeti nel 1961, arrivò ad averne il
doppio (103.000) nel 1970, fenomeno che poteva essere spiegato solo
con la massiccia naturalizzazione dei beduini illetterati.
Nonostante tutto, un certo numero di personalità dell'opposizione
che si potrebbe definire progressista riuscì a farsi eleggere.
Altri gruppi di oppositori si muovevano nel Parlamento. Tutti appartenenti
comunque alle grandi famiglie kuwaitiane; fra le ragioni del loro dissidio
con la famiglia regnante faceva larvatamente capolino una critica all'eccessiva
sottomissione dei Sabah agli interessi americani, inglesi esauditi.
A partire dal 1972 il conflitto con lo sceicco regnante Ahmed Al Jaber
esplose sulla questione delle modifiche da apportare al rapporto con
la Gulf Oil Company e la British Petroleum, azioniste della Kuwait Oil
Company, concessionaria dello sfruttamento del petrolio kuwaitiano.
I Sabah consideravano le questioni petrolifere un affare privato della
famiglia regnante, mentre il Parlamento, e non solo l'opposizione "progressista",
tendeva ad affermare il principio che il petrolio era un bene nazionale.
Il fulcro dello scontro verteva sulla forma che doveva assumere la «nazionalizzazione»
dell'industria petrolifera, che non pochi deputati volevano sottrarre
al monopolio dei Sabah.
Il braccio di ferro ebbe termine nel 1975, quando la proprietà
della Kuwait Oil Company passò interamente allo Stato kuwaitiano.
Poiché questo Stato è un «emirato ereditario»
e la successione appartiene esclusivamente ai discendenti dello sceicco
Mubarak Al Sabah (l'articolo 4 della Costituzione del Kuwait restringe
esplicitamente la successione a tale unico ramo della famiglia regnante)
la nazionalizzazione del petrolio mise sotto la «sovranità»
privata della famiglia Sabah tutta l'industria petrolifera kuwaitiana.
Ciò spiega come sia diventata una delle famiglie più ricche
dell'orbe terracqueo.
Il lungo dibattito, spesso burrascoso, non aveva soltanto contrapposto
i parlamentari ai principi sul problema petrolifero. La polemica, che
durò tre anni, prendeva di mira anche i rapporti di dipendenza
di Sabah rispetto al regime saudita e agli Stati Uniti.
Gli USA venivano attaccati dai deputati in quanto «fornitori a
Israele di quelle armi con cui vengono uccisi gli arabi». L'anno
1976 vide esplodere la crisi. Sullo sfondo, la questione chiave appariva
quella della presenza palestinese in Kuwait, un fenomeno vistoso che
era giunto a rappresentare una ossessione per la famiglia sovrana.
Su una popolazione totale approssimativa (nel 1976) di un milione di
abitanti, vi erano 270.000 palestinesi in Kuwait (cioè più
di uno ogni quattro abitanti). Nel 1957 il Kuwait contava 190.794 abitanti
di cui il 56% kuwaitiani, cioè circa 100.000. Nel 1972 le percentuali
erano già capovolte: 375.110 kuwaitiani (46%) e 440.300 non kuwaitiani
(54%). I kuwaitiani erano divenuti minoritari. Nel 1976 la situazione
si era ulteriormente aggravata. I Sabah vedevano in questa massa di
persone permanentemente mobilitate per una causa politica e sensibili
a influenze esterne, un pericolo di destabilizzazione.
Arrivati in ondate successive a partire dalla prima guerra israelo-araba
del 1948, i palestinesi erano giunti a costituire l'ossatura dell'amministrazione
kuwaitiana. Tuttavia, malgrado i servizi resi, restavano cittadini di
seconda classe: anche quelli nati in Kuwait, e che vi avevano fatto
i loro studi, non avevano diritto ai benefici sociali riservati ai kuwaitiani
"di razza". Molto rari erano quelli che si erano visti accordare
la nazionalità kuwaitiana: salvo queste rarissime eccezioni individuali,
i palestinesi del Kuwait non avevano alcun diritto politico. Da molto
tempo i dirigenti palestinesi denunciavano la pretesa "solidarietà"
dei principi kuwaitiani nei loro confronti, affermando che l'aiuto degli
sceicchi del Golfo non era che "un osso gettato ai palestinesi".
Privi di diritti politici, i palestinesi del Kuwait esercitavano tuttavia
un 'inflnenza considerevole sulla società kuwaitiana, sia per
il loro numero sia per il richiamo passionale che su tutti gli arabi
esercita la loro lotta. Il massacro perpetrato dai falangisti nel campo
profughi di Tall El Zatar aveva determinato una viva agitazione fra
i palestinesi in Kuwait e nell'opinione pubblica kuwaitiana. Si erano
prodotti alcuni attentati che avevano gettato in grande allarme la famiglia
regnante dell'emirato. I deputati avevano accentuato in Parlamento i
loro attacchi contro gli occidentali e contro gli Stati-clienti arabi
degli occidentali, quali Egitto e Arabia Saudita, accusati di tradire
gli «ideali arabi».
Gli equilibri politici in un paese come il Kuwait sono naturalmente
fragili, e gli enormi interessi in giuoco li rendono ancora più
fragili. La mobilitazione dei palestinesi che cominciava a coinvolgere
il Parlamento kuwaitiano spaventò non solo i principi Sabah,
ma anche i loro alleati, da Washington a Riyadh. Perciò il 26
agosto 1976 lo sceicco sciolse d'autorità il Parlamento e sospese
4 articoli della Costituzione, in particolare quello che prevede nuove
elezioni entro il termine di sei mesi e quello sul mantenimento dell'immunità
dei deputati fino all'elezione di un nuovo Parlamento.
La «democrazia» kuwaitiana rimase ibernata per quattro anni
e mezzo, fino al febbraio 1981, quando si svolsero le nuove elezioni.
Ma nel frattempo il governo aveva compiuto qualche sapiente modifica
alle circoscrizioni elettorali facendo in modo di «annegare»
i quartieri «intellettuali» e quelli abitati prevalentemente
da sciiti (che sono circa 100.000 in Kuwait) nelle circoscrizioni dominate
numericamente dai beduini. La mossa ottenne successo: nel nuovo Parlamento
l'opposizione fu scarsamente rappresentata. Ma in compenso il governo
si trovò ad aver a che fare con una assemblea dominata da beduini
reazionari che impose perfino una legge per proibire l'alcool ai diplomatici
stranieri di stanza in Kuwait. I partiti politici continuarono ad essere
vietati e una legge venne a stabilire che per le riunioni di più
di 20 persone occorreva l'autorizzazione del ministero degli Interni.
Ma la natura stessa dell'opposizione kuwaitiana subì una mutazione
radicale nel 1982, sotto l'effetto del gigantesco scandalo del Souk
Al Manakh, la Borsa di Kuwait. Questa crollò d'improvviso sotto
una montagna di 90 miliardi di dollari di debito, in lire 115.000 miliardi
circa. Una voragine finanziaria in cui il Kuwait minacciò di
sprofondare. Lo scandalo mise a nudo la leggerezza, l'avventurismo e
l'incapacità del nucleo dirigente familiare che tiene nelle proprie
mani la sorte del Kuwait. Di questa immensa quantità di denaro
quasi si era perduta la traccia, dispersa in mille rivoli misteriosi
di cui non esisteva possibilità di seguire il percorso, e che
peraltro la giustizia kuwaitiana non sembrava avere alcuna intenzione
di ripercorrere. Nel paese quindi, alla opposizione progressista, e
a quella sciita che reclamava uno Stato più islamico, si aggiunse
l'opposizione dell'emergente classe media, dei professionisti e dei
commercianti, che lamentavano di essere del tutto esclusi dal potere
e dal governo delle istituzioni finanziarie.
La famiglia Sabah si trovò pertanto a divenire l'oggetto di una
contestazione di legittimità, in quanto dinastia imposta a suo
tempo da interessi stranieri, ai quali continuava ad essere legata,
ormai estranea agli interessi reali della società kuwaitiana.
Non trovando spazio alla luce del sole, l'opposizione si immerse nella
clandestinità, manifestando una imprevista energia e un indirizzo
sempre più nettamente antioccidentale. Il 13 dicembre 1983 l'ambasciata
degli Stati Uniti e quella di Francia, oltre a numerosi edifici pubblici,
subirono degli attentati al plastico. Nel marzo del 1984 la Corte di
Sicurezza, massimo tribunale kuwaitiano, sentenziò 6 condanne
a morte (di cui 3 in contumacia), 7 ergastoli e 5 condanne a 15 anni
per i presunti autori di questi fatti. Per ritorsione gli oppositori
dirottarono in dicembre un Airbus della Kuwait Airways e uccisero due
ostaggi americani. Lo stesso Jaber Al Sabah sfuggì miracolosamente
il 25 maggio 1985 a un tentativo di assassinio. Una vettura suicida
imbottita di esplosivo si lanciò a tutta velocità sul
corteo reale e solo per caso l'emiro ne uscì indenne. Il conducente
dell'automobile saltò in aria con il veicolo. Qualche settimana
più tardi, in luglio, delle bombe fecero una decina di morti
in due caffè popolari, mentre un altro attentato mancò
di poco il redattore capo di uno dei più importanti giornali
di Kuwait. Quindi l'ondata terroristica si rivolse verso gli impianti
petroliferi. Il più importante complesso del Kuwait, quello di
Mina Al Ahmadi, fu incendiato con cinque ordigni esplosivi.
Parallelamente a questa offensiva, un'altra se ne svolse in Parlamento,
forse più pericolosa di quella armata. A partire dalle prime
settimane del 1985, i deputati dell'opposizione presero ad attaccare
direttamente e a fondo i membri della famiglia reale con incarichi di
governo. Il ministro della Giustizia Salman Al Duaij subì violente
critiche per il modo in cui era condotta, o per meglio dire non condotta,
l'indagine per il crollo della Borsa, che dopo quattro anni non aveva
portato ad alcun risultato. I deputati riuscirono anche a ottenere le
dimissioni del ministro delle Finanze, lo sceicco Salman Al Sabah, sotto
l'accusa di «eccessiva tendenza ai guadagni personali»,
cioè di arricchirsi a spese dello Stato. Qualche mese più
tardi fu la volta del ministro del petrolio, lo Sceicco Alì Khalifa
Al Sabah, di dimettersi, per aver sperperato danaro pubblico nell'acquisto
di una società petrolifera americana in fallimento, «covo»,
secondo la definizione dei deputati dell'opposizione, «di elementi
ebraici e di omosessuali». Più in generale, l'opposizione
accusava le società kuwaitiane negli Stati Uniti e in Europa
che gestiscono affari dell'ordine dei 150.000 miliardi di lire italiane,
di essere diventate dei centri di corruzione.
A partire dall'estate del 1985 il primo ministro, lo sceicco Saad Al
Abdallah Al Sabah (che nello stesso tempo è anche principe ereditario)
per sottrarsi al fuoco di fila delle contestazioni, fu costretto a non
presentarsi più in Parlamento.
Sotto la pressione allarmata di tutta la famiglia, ormai evidentemente
obiettivo di un attacco concentrico mirante a scuoterne il potere, l'emiro
Jaber Al Ahmad Al Sabah ancora una volta, il 3 luglio 1986, sciolse
il Parlamento. La «democrazia» kuwaitiana entrò in
un nuovo periodo di ibernazione, da cui, come sappiamo, non uscì
più. La crisi dei Sabah era certamente già giunta a uno
stadio avanzato quando le truppe irachene invasero l'emirato il 2 agosto
1990. La famiglia Sabah non offriva più molte certezze all'Occidente.
Questo forse spiega molte cose.
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