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PRIMO MAGGIO
CHICAGO 1886
GLI AVVENIMENTI DI PIAZZA HAYMARKET
LA
SITUAZIONE DEI LAVORATORI
Sviluppandosi secondo le vie classiche del capitalismo monopolistico,
l'economia degli USA era regolarmente afflitta da crisi di sovrapproduzione.
La crisi scoppiata nel 1882 e durata alcuni anni, portò al fallimento
di grosse banche (il che in seguito alla rovina di case concorrenti
permise alla Casa Morgan di rafforzare le proprie posizioni ed imporsi
quale leader del mondo finanziario), di compagnie ferroviarie, al calo
della produzione nei principali settori economici e nel settore delle
costruzioni. Moltissime imprese industriali, il 50% circa, furono costrette
a sospendere o a cessare del tutto la produzione.
Presi nella loro totalità, tutti questi fattori si abbatterono
pesantemente sulle spalle dei lavoratori. "Oggi, - scrisse un testimone
di quegli avvenimenti sul The North American Review - per tutto il nostro
paese... si aggirano armate di pellegrini senza casa, centinaia di migliaia,
se non addirittura milioni, di uomini. Cercano invano un lavoro... E
tra chi lavora, un'occupazione garantita e permanente è un'eccezione".
Stando ai dati del giornale operaio progressista di Chicago "Alarm",
il numero dei disoccupati, compresi gli operai agricoli, oscillava tra
i 2 e i 3 milioni di persone. "Sono americani veramente liberi!
- scrisse con amara ironia l"'Alarm". Possono liberamente
patire la fame, liberamente vagare come mendicanti, morire di fame,
ma non sono neanche liberi di diventare degli schiavi".
I "vagabondi", come li chiamò la stampa capitalista,
ma in realtà disoccupati ridotti alla fame, erano costretti a
girare per il paese in cerca di fonti di guadagno. Ma quando arrivavano
ad una qualsiasi stazione ferroviaria erano ricevuti solo da annunci
di mancanza di lavoro, i quali intimavano tra l'altro ai "vagabondi"
di transitare oltre. Nel suo primo messaggio al Congresso l'8 dicembre
1885, il presidente Cleveland fu costretto a riconoscere che la disoccupazione
era diventata negli USA un problema nazionale. "Non vi è
altro problema così urgente, - constatò il presidente,
- quanto quello posto dall'enorme esercito di disoccupati".
La disoccupazione non era però la sola causa del peggioramento
delle condizioni economiche del proletariato americano, in seguito alla
crisi. Molti erano i fattori che abbassavano il tenore di vita degli
operai: la riduzione dei salari, pesanti condizioni di lavoro, un canone
d'affitto estremamente alto, cattive condizioni di vita quotidiana,
un'occupazione non uniforme, una troppo lunga giornata lavorativa.
Nello Stato del Massachusetts, nel 1883, quando una famiglia operaia
aveva bisogno di almeno 755 dollari l'anno per sbarcare il lunario,
il capofamiglia ne guadagnava in media solo 559.
Le gravi condizioni della stragrande maggioranza degli operai erano
ulteriormente aggravate dal fatto che i loro guadagni erano notevolmente
inferiori a quelli dell'"aristocrazia operaia". La situazione
in cui versavano ad esempio i minatori della Pennsylvania - il secondo
Stato americano per produzione industriale - confermava il divario esistente
tra il "costo della vita" e le reali possibilità delle
famiglie operaie americane. All'inizio degli anni 1880, nelle miniere
della Pennsylvania lavoravano circa 140 mila operai, occupati per lo
più nell'estrazione dell'antracite nella parte orientale di questo
Stato. Qui, secondo i dati dell'Ufficio di statistica industriale della
Pennsylvania, il guadagno più alto oscillava tra i 2 e i 2,7
dollari al giorno.
La crescita industriale, l'afflusso di immigrati, la concentrazione
della popolazione nelle aree urbane peggioravano le condizioni di alloggio
della classe operaia americana, contribuendo così, in sostanza,
all'abbassamento generale del suo tenore di vita. Essendo praticamente
alle stelle i canoni d'affitto, i proletari di New York, Chicago, Pittsburgh
ed altri centri industriali potevano affittare solo locali umidi e privi
di luce. Solo l'"aristocrazia operaia" poteva permettersi
buone condizioni di vita.
Molti operai erano costretti ad affittare una camera in una casa appartenente
al padrone della ditta per cui lavoravano, per cui non solo venivano
a pagare due volte di più il valore reale della stanza, ma cadevano
oltretutto in una dipendenza ancora maggiore. Nelle regioni carbonifere
del paese, gli operai abitavano usualmente in baracche sovrappopolate,
di proprietà delle società minerarie.
Non c'è da meravigliarsi che negli anni 1880 la vita media degli
operai non superasse i 30 anni.
Persino dalla tribuna del Congresso americano venivano pronunciati discorsi
sulle estremamente dure condizioni di vita di determinati strati di
lavoratori. Il membro della Camera dei rappresentanti O'Neill parlò
ad esempio dell'alto tasso di mortalità tra la popolazione di
New York, dove 100 mila abitanti vivevano in condizioni di "sottoproletari
e mendicanti". Particolarmente elevato era il tasso di mortalità
infantile. Con lo sviluppo dei mezzi tecnici e della meccanizzazione
e con la semplificazione di molti processi produttivi, si cominciò
poi ad utilizzare su ampia scala anche il lavoro femminile e minorile.
Il basso salario percepito dai capofamiglia spingeva inevitabilmente
a lavorare anche le mogli e figli. I guadagni ottenuti grazie al lavoro
femminile e minorile ammontavano negli USA negli anni 1880 a quasi il
33,5%, del bilancio familiare. "Prima, - scrisse Marx - l'operaio
vendeva la propria forza lavoro della quale disponeva come persona libera
formalmente. Ora vende moglie e figli".
Una lunga giornata lavorativa che certe volte arrivava anche a 10 o
12 ore, senza condizioni igieniche di lavoro e salari estremamente bassi:
erano queste, in generale, le condizioni a cui erano sottoposte le donne
lavoratrici. Nel loro libro sulla classe operaia americana, i coniugi
Aveling scrissero che in qualsiasi azienda industriale un visitatore
non poteva fare a meno d'essere colpito dall'aspetto smunto delle lavoratrici.
In condizioni di lavoro uguale a quello compiuto da un uomo, le donne
americane percepivano normalmente un salario due volte più basso.
Erano costretti a sottostare a condizioni estremamente pesanti anche
i figli dei proletari americani occupati nel settore produttivo.
Al primo congresso, nel 1881, della Federazione delle Trade Unions del
sindacato dei lavoratori di tabacco, S. Gompers descrisse il lavoro
degli operai minorenni occupati in questo settore. "Ho visto bambini
di 6, 7 ed 8 anni che nel bel mezzo di una stanza piena di polvere e
di fango erano intenti a sfogliare il tabacco. Erano bambini piccolissimi,
pallidi, con sul volto, un'aria preoccupata, bambini che lavoravano
con le loro manine dall'alba al tramonto... Quando chiesi loro quante
ore lavorassero ogni giorno non mi capirono, non potevano capirmi...
La stanchezza e il sonno erano spesso più forti di loro, per
cui si addormentavano su una balla di tabacco".
Vi era poi un altro fattore, estremamente importante, che contribuì
a peggiorare bruscamente la situazione degli operai. Si tratta della
intensificazione del lavoro.
Gli elevati ritmi di sviluppo economico stimolavano la crescita tecnica
dell'industria americana e la meccanizzazione dei processi produttivi.
A sua volta quest'ultima permetteva d'impiegare nell'industria il lavoro
degli operai non qualificati, costituiti per lo più da immigrati,
su vasta scala e più a buon mercato.
Di conseguenza i perfezionamenti tecnici non migliorarono la situazione
degli operai anzi, aumentarono il grado di tensione del lavoro fino
a renderlo fisicamente insopportabile, dato il mantenimento della giornata
lavorativa di 10-12 ore. Spesso gli operai erano addirittura costretti
a lavorare per ben 15 ore e, in alcuni settori, di domenica e in altri
giorni festivi.
Ecco perché, per gli operai americani la riduzione dell'orario
di lavoro divenne la rivendicazione più importante ed immediata.
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