L’EVOLUZIONE DEL SOCIALISMO DALL’UTOPIA ALLA
SCIENZA
Socialisme utopique et socialisme scientifique
Di Friedrich Engels
L’EVOLUZIONE DEL SOCIALISMO DALL’UTOPIA ALLA SCIENZA
Capitolo I
Il socialismo moderno, considerato nel suo contenuto,
è anzitutto il risultato della visione, da una parte, degli antagonismi
di classe, dominanti nella società moderna, tra possidenti e non possidenti,
salariati e capitalisti; dall’altra, dell’anarchia dominante nella
produzione. Considerato invece nella sua forma teorica, esso appare
all’inizio come una continuazione più radicale che vuol essere più
conseguente, dei princìpi sostenuti dai grandi illuministi francesi
del XVIII secolo. Come ogni nuova teoria, esso ha dovuto anzitutto
ricollegarsi al materiale ideologico preesistente, per quanto avesse
la sua radice nella realtà economica.
I grandi uomini che in Francia, illuminando gli spiriti, li prepararono
alla rivoluzione che si avvicinava, agirono essi stessi in un modo
estremamente rivoluzionario. Non riconoscevano nessuna autorità esteriore
di qualsiasi specie essa fosse. Religione, concezione della natura,
società, ordinamento dello Stato, tutto fu sottoposto alla critica
più spietata; tutto doveva giustificare la propria esistenza davanti
al tribunale della ragione o rinunziare all’esistenza. L’intelletto
pensante fu applicato a tutto come unica misura. Era il tempo in cui,
come dice Hegel, il mondo venne poggiato sulla testa*5,
dapprima nel senso che la testa dell’uomo e i princìpi trovati dal
suo pensiero pretesero di valere come base di ogni azione e di ogni
associazione umana; ma più tardi anche nel senso più ampio che la
realtà, che era in contraddizione con questi princìpi, fu effettivamente
rovesciata da cima a fondo. Tutte le forme sociali e statali che sino
allora erano esistite, tutte le antiche idee tradizionali furono gettate
in soffitta come cose irrazionali, il mondo si era fino a quel momento
lasciato guidare unicamente da pregiudizi; tutto il passato meritava
solo compassione e disprezzo. Ora per la prima volta spuntava la luce
del giorno; d’ora in poi la superstizione, l’ingiustizia, il privilegio
e l’oppressione sarebbero stati soppiantati dalla verità eterna, dalla
giustizia eterna, dall’eguaglianza fondata sulla natura, dai diritti
inalienabili dell’uomo.
Noi sappiamo ora che questo regno della ragione non fu altro che il
regno della borghesia idealizzato, che la giustizia eterna trovò la
sua realizzazione nella giustizia borghese; che l’eguaglianza andò
a finire nella borghese eguaglianza davanti alla legge; che la proprietà
fu proclamata proprio come uno dei più essenziali diritti dell’uomo;
e che lo Stato conforme a ragione, il contratto sociale di Rousseau72,
si realizzò, e solo così poteva realizzarsi, come repubblica democratica
borghese. I grandi pensatori del secolo XVIII non poterono oltepassare
i limiti imposti loro dalla loro epoca più di quanto lo avevano potuto
tutti i loro predecessori.
Ma, accanto all’antagonismo tra nobiltà feudale e borghesia, che pretendeva
rappresentare tutta la rimanente società, sussisteva l’antagonismo
generale tra sfruttatori e sfruttati, tra ricchi oziosi e poveri lavoratori.
E precisamente questa circostanza rendeva possibile ai rappresentanti
della borghesia di ergersi a rappresentanti non soltanto di una classe
particolare, ma di tutta l’umanità sofferente. E c’è di più. Sin dalla
sua origine la borghesia era affetta dall’antagonismo che le è proprio:
non possono esserci capitalisti senza operai salariati, e nella stessa
misura in cui il maestro della corporazione medievale evolveva nel
borghese moderno, il garzone della corporazione e il giornaliero che
non apparteneva a nessuna corporazione evolvevano nel proletario.
E sebbene nel complesso la borghesia avesse il diritto di pretendere
di rappresentare contemporaneamente, nella lotta contro la nobiltà
, gli interessi delle diverse classi lavoratrici di quell’epoca,
pure, in ogni grande movimento borghese, scoppiavano dei moti autonomi
di quella classe che era la precorritrice più o meno sviluppata del
proletariato moderno. Così nell’epoca della Riforma e della Guerra
dei contadini gli anabattisti e Thomas Münzer73;
nella grande rivoluzione inglese i Livellatori74;
nella grande rivoluzione francese Babeuf75.
Accanto a queste levate di scudi rivoluzionarie di una classe ancora
immatura fecero la loro comparsa manifestazioni teoriche ad esse adeguate:
nei secoli XVI e XVII le descrizioni utopistiche di regimi sociali
ideali76, nel secolo XVIII le teorie
comuniste vere e proprie (Morelly e Mably77).
La rivendicazione dell’eguaglianza non si limitò più ai diritti politici,
essa doveva estendersi anche alla posizione sociale dei singoli; non
si dovevano sopprimere semplicemente privilegi di classe, ma
le stesse differenze di classe. La prima forma con cui la nuova dottrina
fece la sua comparsa fu così un comunismo ascetico che si ricollegava
a Sparta e spregiatore di tutti i godimenti della vita. Seguirono
poi i tre grandi utopisti: Saint-Simon, nel quale le tendenze borghesi
conservavano ancora una certa validità accanto alla tendenza proletaria,
Fourier e Owen, il quale, nel paese in cui la produzione capitalistica
era più sviluppata e sotto l’impressione degli antagonismi che ne
risultavano, ricollegandosi direttamente al materialismo francese,
sviluppò sistematicamente i suoi progetti per l’eliminazione delle
differenze di classe.
E’ comune a tutti e tre il fatto che essi non si presentano come rappresentanti
degli interessi del proletariato, che frattanto si era prodotto storicamente.
Come gli illuministi essi non vogliono cominciare col liberare una
classe determinata, ma tutta quanta l’umanità ad un tempo. Come quelli,
essi vogliono instaurare il regno della ragione e della giustizia
eterna; ma il loro regno differisce da quello degli illuministi come
la terra dal cielo. Anche il mondo borghese ordinato secondo i princìpi
di questi illuministi è irrazionale e ingiusto e trova il suo posto
nel secchio dell’immondizia proprio come il feudalesimo e tutti i
regimi sociali precedenti. Se la ragione e la giustizia effettive
non hanno sino ad ora regnato nel mondo, ciò proviene solo dal fatto
che non se ne è avuta sino ad ora una giusta conoscenza. Mancava proprio
quel singolo uomo geniale che ora è apparso e ha riconosciuto la verità;
che esso sia comparso ora, che proprio ora sia stata riconosciuta
la verità, non è un avvenimento inevitabile che consegua necessariamente
dal nesso dello sviluppo storico, ma un puro caso fortunato. Sarebbe
potuto nascere ugualmente cinquecento anni prima e avrebbe allora
risparmiato all’umanità cinquecento anni di errori, di lotte e di
sofferenze78.
Abbiamo visto come i filosofi francesi del XVIII secolo, coloro che
prepararono la rivoluzione, si appellassero alla ragione come unico
giudice di tutto ciò che esiste. Dovevano istituirsi uno Stato secondo
ragione e una società secondo ragione e tutto ciò che contraddiceva
alla ragione eterna doveva essere eliminato senza misericordia. Abbiamo
visto del pari che questa ragione eterna in realtà non era altro che
l’intelletto idealizzato del cittadino della classe media che proprio
allora andava evolvendosi nel borghese moderno. Ora, quando la rivoluzione
francese ebbe realizzato questa società secondo ragione e questo Stato
secondo ragione, le nuove istituzioni, per quanto razionali esse fossero
a paragone del precedente stato di cose, tuttavia non risultarono
affatto assolutamente razionali. Lo Stato secondo ragione era completamente
andato in fumo. Il Contratto sociale di Rousseau aveva trovato
la sua realizzazione nel Terrore79,
uscita dal quale la borghesia, che aveva perduto la fede nella propria
capacità politica, si era rifugiata prima nella corruzione del Direttorio80
e finalmente sotto la protezione del dispotismo napoleonico.
La pace perpetua che era stata promessa si trasformò in una guerra
di conquista senza fine. La società secondo ragione non ebbe sorte
migliore. Il contrasto tra ricchi e poveri, anziché risolversi nel
benessere generale, fu acuito dall’eliminazione dei privilegi corporativi
e di altro genere che lo mitigavano e dalle istituzioni ecclesiastiche
di beneficenza che lo attenuavano; la «libertà della proprietà» dai
ceppi feudali, diventata ora una realtà, si presentava ai piccoli
borghesi e ai piccoli contadini come la libertà di vendere la loro
piccola proprietà, schiacciata dalla concorrenza preponderante del
grande capitale e della grande proprietà terriera, precisamente a
questi grandi signori, e quindi come libertà di trasformarsi, per
i piccoli borghesi e i piccoli contadini nella libertà dalla proprietà;
lo slancio dell’industria su base capitalistica elevò miseria e povertà
delle masse lavoratrici a condizione di vita per la società. Il pagamento
in contanti divenne sempre più, secondo l’espressione di Carlyle81
l’unico elemento di coesione della società. Il numero dei delitti
crebbe di anno in anno. Se i vizi feudali che prima facevano spudoratamente
mostra di sé alla luce del sole, furono, se non soppressi, almeno
temporaneamente confinati in secondo piano, al loro posto tanto più
rigogliosamente fiorirono i vizi borghesi fino ad allora coltivati
in segreto. Il commercio, sviluppandosi, divenne sempre più imbroglio.
La parola d’ordine rivoluzionaria della «fratellanza» si realizzò
nelle angherie e nell’invidia della lotta della concorrenza. Al posto
dell’oppressione violenta subentrò la corruzione, al posto della spada,
quale leva principale del potere sociale, subentrò il denaro. Il diritto
della prima notte passò dai signori feudali ai fabbricanti borghesi.
La prostituzione dilagò in misura sinora inaudita. Il matrimonio stesso
rimase, come prima, una forma giuridicamente riconosciuta, un mantello
che ufficialmente copriva la prostituzione e venne inoltre completato
dall’adulterio praticato su larga scala. Per farla breve, confrontate
con le pompose promesse degli illuministi, le istituzioni sociali
e politiche instaurate col «trionfo della ragione» si rivelarono caricature
e amare delusioni. Mancavano ancora solo gli uomini che constatassero
questa delusione: e questi uomini vennero all’inizio del nuovo secolo.
Nel 1802 apparvero le Lettere ginevrine di Saint-Simon;
nel 1808 apparve la prima opera di Fourier, quantunque le basi della
sua storia datassero dal 1799; il primo gennaio del 1800 Robert Oven
prese la direzione di New Lanark82.
Ma in questo periodo il modo di produzione capitalistico e con esso
l’antagonismo tra borghesia e proletariato era ancora poco o nulla
sviluppato. La grande industria che era appena sorta in Inghilterra
era ancora sconosciuta in Francia. Ma solo la grande industria sviluppa,
da una parte, quei conflitti che rendono ineluttabilmente necessario
un rivoluzionamento del modo di produzione, la soppressione del suo
carattere capitalistico, conflitti non solo tra le classi che essa
forma, ma anche tra le stesse forze produttive e le forme di scambio
che essa parimenti crea; e dall’altra sviluppa proprio in queste gigantesche
forze produttive anche i mezzi per risolvere questi conflitti. Se
quindi intorno al 1800 i conflitti scaturenti dal nuovo ordinamento
sociale erano solo sul nascere, questo vale ancora molto di più riguardo
ai mezzi per la loro soluzione. Se le masse nullatenenti di Parigi
durante il Terrore avevano potuto, per un istante, conquistare il
potere e così portare alla vittoria la rivoluzione borghese anchecontro
la borghesia, con questo fatto esse avevano dimostrato solo
che nelle condizioni di allora non era possibile che il potere rimanesse
a lungo nelle loro mani. Il proletariato che cominciava appena a distaccarsi
da queste masse nullatenenti, come ceppo di una nuova classe ancora
assolutamente incapace di un’azione politica indipendente, si presentava
come un ceto oppresso, sofferente, al quale, nella incapacità in cui
era di aiutarsi da se stesso, un aiuto poteva tutt’al più portarsi
dall’esterno, dall’alto.
Questa situazione storica teneva in suo potere anche i fondatori
del socialismo, all’immaturità della posizione delle classi, corrispondevano
teorie immature. La soluzione delle questioni sociali, che restava
ancora celata nelle condizioni economiche poco sviluppate, doveva
uscire dal cervello umano. La società non offriva che inconvenienti:
eliminarli era compito della ragione pensante. Si trattava di inventare
un nuovo e più perfetto sistema di ordinamento sociale e di elargirlo
alla società dall’esterno, con la propaganda e, dove fosse possibile,
con l’esempio di esperimenti modello. Questi nuovi sistemi sociali
erano, sin dal principio, condannati ad essere utopie: quanto più
erano elaborati nei loro particolari, tanto più dovevano andare a
finire nella pura fantasia.
Una volta stabilito tutto questo, non ci fermeremo neanche un momento
di più su questo lato che oggi appartiene completamente al passato.
Possiamo lasciare a rigattieri della letteratura il compito di andare
in giro sofisticando solennemente su queste fantasticherie, che oggi
ormai fanno soltanto sorridere, e il far valere di fronte a tali «follie»
la superiorità del loro sobrio modo di pensare. Noi preferiamo invece
rallegrarci dei germi geniali di idee e dei pensieri che affiorano
dovunque sotto questo manto fantastico e per i quali quei filistei
non hanno occhi.
Saint-Simon fu un figlio della grande rivoluzione francese, scoppiata
quando egli non aveva ancora trent’anni. La rivoluzione fu la vittoria
del terzo stato, cioè della gran massa della nazione attiva nella
produzione e nel commercio, sugli stati oziosi sino allora
privilegiati: la nobiltà e il clero. Ma la vittoria del terzo stato
si era presto rivelata come la vittoria esclusiva di una piccola parte
di questo stato, come la conquista del potere politico da parte dello
strato sociale privilegiato di esso, la borghesia possidente. E invero
questa borghesia si era rapidamente sviluppata già durante la rivoluzione,
sia mediante la speculazione sulla proprietà terriera nobiliare ed
ecclesiastica confiscata e poi venduta , sia mediante la
frode compiuta ai danni della nazione dai fornitori militari. Fu proprio
il dominio di questi imbroglioni che sotto il Direttorio condusse
la Francia e la rivoluzione sull’orlo della rovina e con ciò dette
a Napoleone il pretesto per il suo colpo di Stato. Così nella testa
di Saint-Simon l’antagonismo fra terzo stato e stati privilegiati
prese la forma dell’antagonismo tra «lavoratori» ed «oziosi». Gli
oziosi non erano soltanto gli antichi privilegiati, ma anche tutti
coloro che vivevano di rendite senza partecipare alla produzione e
al commercio. E i «lavoratori» non erano soltanto i salariati, ma
anche i fabbricanti, i mercanti e i banchieri. Che gli oziosi avessero
perduto la capacità della direzione spirituale e del dominio politico
era un fatto compiuto e dalla rivoluzione aveva avuto 1’ultimo suggello.
Che i nullatenenti non possedessero questa capacità, questo fatto
appariva a Saint-Simon provato dalle esperienze del Terrore. Ma chi
doveva dirigere e dominare? Secondo Saint-Simon la scienza e l’industria,
entrambe tenute insieme da un nuovo vincolo religioso, destinato a
ristabilire l’unità delle idee religiose distrutta sin dal tempo della
Riforma: un «nuovo cristianesimo» necessariamente mistico e rigidamente
gerarchico. Ma la scienza erano i professori e l’industria erano in
prima linea i borghesi attivi, fabbricanti, mercanti e banchieri.
Questi borghesi si sarebbero, è vero, dovuti tramutare in una specie
di pubblici ufficiali, di amministratori fiduciari della società,
ma tuttavia avrebbero dovuto occupare di fronte agli operai una posizione
di comando e anche economicamente privilegiata. I banchieri specialmente
avrebbero dovuto essere chiamati a regolare, mediante una regolamentazione
del credito, tutta la produzione sociale. Questa concezione corrispondeva
ad un periodo in cui in Francia la grande industria e con essa l’antagonismo
tra borghesia e proletariato era proprio solo sul nascere. Ma ciò
che Saint-Simon particolarmente accentua è questo: che a lui ciò che
in primo luogo importa dovunque e sempre è la sorte della «classe
più numerosa e più povera» (la classe la plus nombreuse et la
plus pauvre ).
Saint-Simon già nellesue Lettere ginevrine stabilisce il
principio che «tutti gli uomini debbono lavorare». Nello stesso scritto
sa già che il dominio del Terrore fu il dominio delle masse nullatenenti.
«Guardate - grida loro - che cosa accadde in Francia nel periodo in
cui vi dominavano i vostri compagni: essi portarono la fame.» Concepire
invece la rivoluzione francese come una lotta di classi e non solo
tra nobiltà e borghesia, ma tra nobiltà, borghesia e nullatenenti
era per l’anno 1802, una scoperta genialissima. Nel 1816 egli
dichiara che la politica è la scienza della produzione e predice che
la politica si dissolverà completamente nell’economia. Se il riconoscimento
che la realtà economica è la base delle istituzioni politiche, appare
qui soltanto ancora in germe, tuttavia la trasformazione del governo
politico, esercitato su uomini, in un’amministrazione di cose e in
una direzione di processi produttivi, è qui espressa già chiaramente
e con essa quell’«abolizione dello Stato», su cui di recente si è
fatto tanto chiasso83. Con pari superiorità
sui suoi contemporanei egli proclama nel 1814, immediatamente dopo
l’entrata degli alleati a Parigi84,
e ancora nel 1815 durante la guerra dei cento giorni85,
che l’alleanza della Francia con l’Inghilterra, e secondariamente
l’alleanza di tutti e due i Paesi con la Germania, è per l’Europa
l’unica garanzia di uno sviluppo prosperoso e di pace. Per predicare
ai francesi del 1815 l’alleanza con i vincitori di Waterloo86,
ci voleva certo altrettanto coraggio quanto lungimiranza storica.
Mentre in Saint-Simon scorgiamo una geniale larghezza di vedute grazie
alla quale in lui sono contenute in germe quasi tutte le idee non
rigorosamente economiche dei socialisti venuti più tardi, in Fourier
troviamo una critica delle vigenti condizioni sociali, ricca di uno
spirito schiettamente francese, ma non perciò meno profondamente penetrante.
Fourier prende in parola la borghesia, i suoi ispirati profeti prerivoluzionari
e i suoi interessati apologisti postrivoluzionari. Egli svela spietatamente
la miseria materiale e morale del mondo borghese e le contrappone
tanto le splendide promesse degli illuministi di una società in cui
dominerà la ragione, di una civiltà che darà ogni felicità e di una
perfettibilità umana illimitata, quanto l’ipocrita fraseologia degli
ideologi borghesi contemporanei, dimostrando come, dovunque, alla
frase più altisonante corrisponda la realtà più miserevole, e coprendo
di beffe mordaci questo irrimediabile fiasco delle frasi. Fourier
non è solo un critico; la sua natura perennemente gaia ne fa un satirico
e precisamente uno dei più grandi satirici di tutti i tempi. La speculazione
e la frode che fiorirono col tramonto della rivoluzione, nonché la
generale grettezza da rigattiere del commercio francese di allora,
vengono descritte da lui con uno spirito pari alla sua maestria. Ancora
più magistrale è la sua critica della forma borghese dei rapporti
sessuali e della posizione della donna nella società borghese87.
Egli dichiara per la prima volta che, in una data società, il grado
di emancipazione della donna è la misura naturale dell’emancipazione
generale. Ma dove Fourier appare più grande è nella sua concezione
della storia della società. Egli divide tutto il suo corso quale sinora
si è svolto in quattro fasi di sviluppo: stato selvaggio, barbarie,
stato patriarcale, civiltà88, la quale
ultima coincide con quella che oggi si chiama società borghese e dimostra
che l’«ordinamento civile eleva ognuno di quei vizi, che la barbarie
pratica in una maniera semplice, ad un modo di essere complesso, a
doppio senso, ambiguo e ipocrita », che la civiltà si muove in un
«circolo vizioso», in contraddizioni che continuamente riproduce senza
poterle superare, cosicché essa raggiunge sempre il contrario di ciò
che vuol raggiungere o che dà a vedere di voler raggiungere. Cosicché,
per esempio, «nella civiltà la povertà sorge dalla stessa abbondanza
». Fourier, come si vede, maneggia la dialettica con la stessa
maestria del suo contemporaneo Hegel. Con pari dialettica egli, di
fronte alle chiacchiere sulla infinita perfettibilità umana, mette
in rilievo il fatto che ogni fase storica ha il suo ramo ascendente,
ma ha anche il suo ramo discendente ed applica questo modo di vedere
anche al futuro di tutta la umanità. Come Kant introdusse nella scienza
naturale la futura distruzione della terra, così Fourier introduce
nel pensiero storiografico la futura distruzione dell’umanità.
Mentre in Francia l’uragano della rivoluzione ripulì il paese, in
Inghilterra avvenne una rivoluzione più silenziosa ma non perciò meno
poderosa. Il vapore e le nuove macchine utensili trasformarono la
manifattura nella grande industria moderna e rivoluzionarono così
tutta la base della società borghese. Il sonnolento processo di sviluppo
del periodo della manifattura si trasformò in un vero periodo di tempestoso
sviluppo della produzione89. Con velocità
sempre crescente si compì la scissione della società in grandi capitalisti
e proletari nullatenenti: tra queste due classi invece del ceto medio
ben definito di una volta, una massa instabile di artigiani e di piccoli
commercianti, la parte più fluttuante della popolazione, conduceva
ora un’esistenza malsicura. Il nuovo modo di produzione era ancora
solo all’inizio della sua fase ascendente: esso era ancora il modo
di produzione normale e date le circostanze, l’unico modo possibile.
Ma già allora produceva inconvenienti sociali stridenti: assembrarsi
di una popolazione senza sede nei peggiori quartieri delle grandi
città; dissolversi di tutti i legami tradizionali, della subordinazione
patriarcale, della famiglia; sopralavoro specialmente delle donne
e dei fanciulli in misura spaventosa; enorme demoralizzazione della
classe operaia gettata improvvisamente a vivere in condizioni del
tutto nuove: dalla campagna alla città, dall’agricoltura all’industria,
da condizioni stabili a condizioni malsicure e mutevoli di giorno
in giorno90. Apparve allora come riformatore
un industriale ventinovenne, un uomo dal carattere di fanciullo, semplice
sino al sublime e ad un tempo dirigente nato come pochi. Robert Owen
aveva fatta sua la dottrina dei materialisti dell’illu-minismo, secondo
la quale il carattere dell’uomo è, da una parte, il prodotto dell’organizzazione
in cui nasce e, dall’altra, delle circostanze che lo circondano durante
la sua vita e specialmente durante il periodo del suo sviluppo. Nella
rivoluzione industriale la maggior parte degli uomini del suo ceto
vedeva solo confusione e caos, che permettono di pescare nel torbido
ed arricchirsi rapidamente. Egli vide in essa invece l’occasione per
applicare il suo principio favorito e così mettere ordine nel caos.
Lo aveva già tentato con successo a Manchester come dirigente di una
fabbrica di più di cinquecento operai; dal 1800 al 1829 diresse in
qualità di condirettore le grandi filande di New Lanark in Scozia
seguendo gli stessi princìpi, ma solo con maggiore libertà di azione
e con un successo che gli procurò rinomanza europea. Una popolazione,
che salì a poco a poco a 2.500 unità e che originariamente si componeva
degli elementi più svariati e per la massima parte fortemente demoralizzati,
fu da lui trasformata in una perfetta colonia modello, nella quale
l’ubriachezza, la polizia, il giudice penale, i processi, l’assistenza
ai poveri, il bisogno di beneficenza erano cose sconosciute. E tutto
questo semplicemente per il fatto che egli mise quella gente in condizioni
più degne dell’uomo e, soprattutto, fece educare accuratamente la
generazione nuova. Egli fu l’inventore degli asili d’infanzia e li
introdusse qui per la prima volta. A partire dal secondo anno di vita
i bambini venivano a scuola dove tanto si divertivano che a stento
potevano essere ricondotti a casa. Mentre i suoi concorrenti facevano
lavorare da tredici a quattordici ore al giorno, a New Lanark si lavorava
solo dieci ore e mezza. Allorché una crisi cotoniera costrinse a fermare
il lavoro per la durata di quattro mesi, agli operai in ferie fu corrisposto
il pieno salario. E, così stando le cose, lo stabilimento aveva più
che raddoppiato di valore e corrisposto sino all’ultimo ai proprietari
un lauto profitto.
Con tutto ciò Owen non era soddisfatto. L’esistenza che aveva creato
per i suoi operai era ancora ai suoi occhi molto lontana dall’essere
un’esistenza degna dell’uomo; «quegli uomini erano miei schiavi»:
le condizioni relativamente favorevoli in cui egli li aveva messi
erano ancora molto lontane dal permettere uno sviluppo generale e
razionale del carattere e dell’intelletto e meno ancora permettevano
una libera attività.
« E tuttavia la parte attiva di questi 2.500 uomini produceva per
la società altrettanta ricchezza reale quanta appena un mezzo secolo
prima avrebbe potuto produrne una popolazione di 600.000 uomini. Io
mi chiedevo: che cosa avviene della differenza tra la ricchezza consumata
da 2.500 persone e quella che i 600.000 avrebbero dovuto consumare?
»
La risposta era chiara. Essa era stata impiegata per versare ai proprietari
dello stabilimento il 5% di interesse sul capitale investito ed inoltre
più di 300.000 lire sterline (6 milioni di marchi) di profitto. E
ciò che era vero per New Lanark, lo era, e in misura ancora maggiore,
per tutte le fabbriche inglesi.
«Senza questa nuova ricchezza creata dalle macchine non si sarebbero
potute condurre le guerre per abbattere Napoleone, e per mantenere
i princìpi aristocratici della secietà. Eppure questo nuovo potere
era stato creato dalla classe operaia*6.
Ad essa perciò ne appartenevano anche i frutti. Le nuove potenti forze
produttive, che sino ad allora erano servite solo per l’arricchimento
dei singoli e l’asservimento delle masse, offrivano a Owen le basi
per un rinnovamento sociale ed erano destinate, come proprietà comune,
a lavorare solo per il benessere comune.
In una tale maniera, tipica del mondo degli affari, e, per così dire,
frutto del calcolo commerciale, sorse il comunismo di Owen. E mantenne
sempre lo stesso carattere orientato verso la pratica. Così nel 1823
Owen propose di eliminare la miseria irlandese mediante colonie comuniste
e allegò al progetto calcoli perfetti sulle spese di impianto, sulle
spese annue e sui redditi prevedibili. E così nel suo piano definitivo
per l’avvenire, l’elaborazione tecnica dei dettagli, compreso lo schizzo,
il piano e la visuale a volo d’uccello è condotta con tale cognizione
di causa che, una volta ammesso il metodo di riforma sociale proposto
da Owen, anche dal punto di vista di uno specialista, ben poco si
può dire contro l’organizzazione particolare.
Il passaggio al comunismo fu il punto critico della vita di Owen.
Sino a quando si era presentato come semplice filantropo non aveva
raccolto che ricchezza, plausi, onori e gloria. Era l’uomo più popolare
d’Europa. Non solo uomini del suo ceto, ma uomini di Stato e prìncipi
lo ascoltavano plaudendo. Ma quando si fece avanti con le sue teorie
comuniste, la situazione cambiò di punto in bianco. Tre grandi ostacoli
gli sembrava che soprattutto sbarrassero la strada alla riforma sociale:
la proprietà privata, la religione e la forma attuale del matrimonio.
Attaccandoli egli sapeva che cosa lo attendeva: il bando da tutta
la società ufficiale e la perdita di tutta la sua posizione sociale.
Ma non si lasciò distogliere dall’attaccarli senza riguardi e avvenne
quello che aveva previsto. Messo al bando dalla società ufficiale,
seppellito nel silenzio dalla stampa, impoverito dal fallimento di
esperimenti comunisti in America ai quali aveva sacrificato tutta
la sua fortuna, si volse direttamente alla classe operaia e rimase
a lavorare nel suo seno per altri trent’anni. Tutti i movimenti sociali,
tutti i veri progressi che in Inghilterra sono stati realizzati nell’interesse
degli operai, sono legati al nome di Owen. Così nel 1819, dopo una
lotta quinquennale, riuscì a fare approvare la prima legge per la
limitazione del lavoro delle donne e dei fanciulli nelle fabbriche.
Così presiedette il primo congresso in cui le Trade Unions di tutta
l’Inghilterra si riunirono in un’unica grande organizzazione sindacale91.
Così introdusse, come misure di transizione verso l’organizzazione
completamente comunista della società, da una parte, le società cooperative
(di consumo e di produzione) che da allora hanno per lo meno fornito
la prova pratica che tanto il mercante quanto il fabbricante sono
persone delle quali si può benissimo fare a meno, dall’altra parte,
gli empori del lavoro, istituzioni per lo scambio dei prodotti del
lavoro per mezzo di una carta-moneta-lavoro la cui unità era costituita
dall’ora lavorativa92; istituzioni che
necessariamente dovevano fallire, ma che anticipavano in modo perfetto
la banca di scambio proudhoniana93 di
molto posteriore, e se ne distinguevano proprio perché non volevano
rappresentare la panacea di tutti i mali sociali, ma solo un primo
passo per una trasformazione molto più radicale della società.
Il modo di vedere degli utopisti dominò a lungo le idee socialiste
del secolo XIX e in parte le domina ancora. Ad esso, fino a poco tempo
fa, si inchinarono tutti i socialisti francesi e inglesi, ad esso
appartiene anche il comunismo tedesco degli inizi compreso quello
di Weitling94. Il socialismo è per tutti
loro l’espressione della assoluta verità, della assoluta ragione,
della assoluta giustizia e basta che sia scoperto perché conquisti
il mondo con la propria forza; poiché la verità assoluta è indipendente
dal tempo, dallo spazio e dallo sviluppo storico dell’uomo, è un semplice
caso quando e dove sia scoperta. Inoltre poi la verità, la ragione
e la giustizia assolute a loro volta sono diverse per ogni caposcuola;
e poiché la forma particolare che la verità, la ragione e la giustizia
assolute assumono è a sua volta condizionata dall’intelletto soggettivo,
dalle condizioni di vita, dal grado di cognizioni e di educazione
a pensare di ognuno di essi, in questo conflitto di assolute verità
non c’è nessun’altra soluzione possibile se non che esse si logorino
vicendevolmente. Così stando le cose, non poteva allora venir fuori
altro che una specie di socialismo medio eclettico, quale effettivamente
regna sino ad oggi nella testa della maggior parte degli operai socialisti
in Francia e in Inghilterra, una miscela che ammette un’infinita molteplicità
di sfumature, e che risulta da ciò che hanno di meno cospicuo le invettive
critiche, i princìpi di economia e le rappresentazioni della società
futura dei vari fondatori di sette; miscela che si ottiene tanto più
facilmente quanto più ai singoli elementi componenti, nel corso della
discussione, vengono smussati gli angoli acuti della precisione, come
ciottoli levigati nel torrente. Per fare del socialismo una scienza,
bisognava anzitutto farlo poggiare su una base reale.
Note di Engels
*5. Il passo di Hegel sulla rivoluzione francese
è il seguente: "il pensiero, il concetto del diritto si fece d'altronde
valere tutto in una volta, e la vecchia impalcatura dell'ingiustizia
non potette minimamente resistere ad esso. Nell'idea del diritto fu
così, ora, fondata ed edificata una costituzione, e tutto doveva da
allora in poi basarsi su questo fondamento. Da che il sole splende
sul firmamento e i pianeti girano intorno ad esso, non si era ancora
scorto che l'uomo si basa sulla sua testa, cioè sul pensiero e costruisce
la realtà conformemente ad esso. Anassagora era stato il primo a dire
che il Nous governa il mondo; ma solo ora l'uomo pervenne
a riconoscere che il pensiero doveva governare la realtà spirituale.
Questa fu dunque una splendida aurora. Tutti gli esseri pensanti
hanno celebrato concordi quest' epoca. Dominò in quel tempo una
nobile commozione, il mondo fu percorso e agitato da un entusiasmo
dello spirito, come se allora fosse finalmente avvenuta la vera
conciliazione del divino col mondo»(G. W. F. Hegel, Lezioni sulla
filosofia della storia). Non sarebbe tempo di mettere in moto
le leggi contro i socialisti nei riguardi di queste pericolose dottrine
sovversive del defunto professor Hegel? (Nota di Engels)
*6. Da The Revolution in Mind and Practice [la
traduzione completa del titolo è: La rivoluzione nel pensiero e nella
pratica della razza umana] memoriale diretto a tutti i «repubblicani
rossi, ai comunisti e ai socialisti d'Europa», e al governo provvisorio
francese del 1848. nonché «alla regina Vittoria e ai suoi consiglieri
responsabili» (Nota di Engels).
Note di corredo non dell'autore
72 Jean-Jaacques Rousseau (1712-1778),
uno dei maggiori filosofi del secolo XVIII, illuminista, deista, ispiratore
dei princìpi della Rivoluzione del 1789 e dei suoi più radicali esponenti.
73 Thomas Münzer (circa 1490-1525), rivoluzionario
e ideologo dei contadini in un moto rivoluzionario in Turingia insieme
alla setta degli anabattisti all’epoca della Riforma e nella guerra
contadina del 1535. Gli anabattisti erano membri di una
setta religiosa protestante che rigettavano il battesimo dei bambini
come inefficace perché imposto in età non razionale.
74 Livellatori , rapprentanti delle plebi
urbane e rurali che durante la rivoluzione inglese del 1648 avanzarono
le rivendicazioni più democratiche e radicali.
75 François-Noel Babeuf detto Graccus
(1760-1797), grande rivoluzionario francese, è il primo a sottolineare
l’importanza della lotta di classe come molla della storia. Eminente
rappresentante del comunismo egualitario. Durante la Rivoluzione francese
si proclama seguace dei sanculotti e lotta contro ogni involuzione
e deviazione dei vari gruppi dirigenti. Fonda e dirige il giornale
Il tribuno del popolo . Dopo un primo arresto è organizzatore
e animatore della “congiura degli Uguali” e si batte contro il Direttorio
e i sostenitori delle alleanze di classe. Costretto all’illegalità,
il suo gruppo diventa il primo “partito” retto da principi centralistici.
Di nuovo arrestato è fatto giustiziare il 28 maggio 1797. Suo seguace
e continuatore fu Filippo Buonarroti.
76 Engels allude alle opere di Tommaso Moro
e Tommaso Campanella , rapprentanti del comunismo utopistico.
77 Morelly , abate francese del XVIII secolo,
ispiratore di Babeuf, auspicò l’abolizione della proprietà privata.
Mably , anch’egli abate nel XVIII secolo, vagheggiò il ritorno
all’uguaglianza primitiva e alla comunanza dei beni.
78 La parte che segue corrisponde alla terza parte,
capitolo I, dell’Antidühring .
79 Terrore (giugno 1793-luglio 1794),
periodo della Rivoluzione francese durante il quale i Giacobini esercitano
la loro dittatura rivoluzionaria e democratica.
80 Direttorio , organo del potere esecutivo
in Francia dal 1795 (dopo il colpo di stato controrivoluzionario)
al 1799, composto di cinque persone. Praticò il terrore contro le
forze democratiche difendendo gli interessi della grande borghesia.
Estremamente corrotto, fu rovesciato da Napoleone Bonaparte.
81 Thomas Carlyle (1795-1881), filosofo
idealista inglese, per la sua critica della borghesia inglese fu “classificato”
nel Manifesto come “socialista feudale”. Sostenne che solo
i grandi uomini fanno la storia, e finì per approdare a posizioni
conservatrici e reazionarie. La sua opera Past and Present (=
“Passato e presente”) sulla società borghese fu recensita da Engels
negli Annali franco-tedeschi nel 1844.
82 New Lanark , opificio per la filatura
del cotone fondato nel 1784 da Robert Owen e piccola città operaia
nelle vicinanze della città scozzese di Lanark.
83 Engels si riferisce qui alle posizioni e alla
propaganda degli anarchici seguaci di Bakunin.
84 Il 31 marzo 1814.
85 I Cento giorni , periodo di temporaneo
ristabilimento dell’impero compreso tra il ritorno a Parigi di Napoleone
dall’isola d’Elba il 20 marzo 1815, e il 22 giugno, data della sua
definitiva abdicazione.
86 Waterloo , villaggio belga dove il 18
giugno 1815 le truppe anglo-olandesi al comando del duca di Wellington
e le truppe prussiane comandate da Blucher sconfissero Napoleone I.
87 Cfr.: Engels, L’origine della famiglia, della
proprietà privata e dello Stato .
88 Engels, invece, distingue solo tre fasi: lo stato
selvaggio, la barbarie e la civiltà. Cfr.: Engels, L’origine ecc
.
89 Nell’Antidühring Engels precisa; “in
un periodo di vero Sturm und Drang della produzione”. Sturm und
Drang (= “Tempesta e Impeto”) fu il motto che orientò
il primo romanticismo tedesco.
90 Engels aveva studiato da vicino e descritto dettagliatamente
queste questioni in La situazione della classe operaia in Inghilterra
.
91 Nell’ottobre 1833 si tiene a Londra un congresso
delle società cooperative e delle Trade Unions sotto la presidenza
di Owen. Esso dà vita alla Grande associazione delle imprese della
Gran Bretagna e dell’Irlanda . Accolta molto sfavorevolmente
dalla borghesia e dallo Stato, l’Associazione cessa di esistere nell’agosto
1834.
92 Empori del lavoro , fondati dalle cooperative
operaie di Owen in diverse città dell’Inghilterra. In essi si effettuava
lo scambio equitativo dei prodotti del lavoro sulla base di una “carta
moneta del lavoro” la cui unità di base era l’ora di lavoro.
93 Proudhon tentò di istituire una banca di cambio
durante la rivoluzione del 1848-1849. Questa Banca del popolo
fu fondata il 31 gennaio 1849 a Parigi. Esistette due mesi e
fallì agli inizi di aprile senza aver neppure iniziato a funzionare.
94 Wilhelm Weitling (1808-1871), esponente
di primo piano del movimento operaio tedesco delle origini, teorico
del comunismo egualitario utopistico.
Testo messo a disposizione da Edizioni La Città
del Sole conversione in html a cura del CCDP