L’EVOLUZIONE DEL SOCIALISMO DALL’UTOPIA ALLA
SCIENZA
Socialisme utopique et socialisme scientifique
Di Friedrich Engels
Capitolo III
La concezione materialistica della storia parte
dal principio che la produzione e, con la produzione, lo scambio dei
suoi prodotti sono la base di ogni ordinamento sociale; che, in ogni
società che si presenta nella storia, la distribuzione dei prodotti,
e con essa l’articolazione della società in classi o ceti, si modella
su ciò che si produce, sul modo come si produce e sul modo come si
scambia ciò che si produce. Conseguentemente le cause ultime di ogni
mutamento sociale e di ogni rivolgimento politico vanno ricercate
non nella testa degli uomini, nella loro crescente conoscenza della
verità eterna e dell’eterna giustizia, ma nei mutamenti del modo di
produzione e di scambio; esse vanno ricercate non nella filosofia
ma nell’economia dell’epoca che si considera. Il sorgere
della conoscenza che le istituzioni sociali vigenti sono irrazionali
ed ingiuste, che la ragione è diventata un nonsenso, il beneficio
un malanno103, è solo un segno del fatto
che nei metodi di produzione e nelle forme di scambio si sono inavvertitamente
verificati dei mutamenti per i quali non è più adeguato quell’ordinamento
sociale che si attagliava a condizioni economiche precedenti. Con
ciò è detto nello stesso tempo che i mezzi per eliminare gli inconvenienti
che sono stati scoperti debbono del pari esistere, più o meno sviluppati,
negli stessi mutati rapporti di produzione. Questi mezzi non devono,
diciamo, essere inventati dal cervello, ma essere scoperti
per mezzo del cervello nei fatti materiali esistenti della produzione.
Su queste basi, quale è dunque la posizione del socialismo moderno?
L’ordinamento sociale vigente, ed è questo un fatto ammesso ora quasi
generalmente, è stato creato dalla classe oggi dominante, la borghesia.
Il modo di produzione peculiare della borghesia, da Marx in poi designato
col nome di modo di produzione capitalistico, era incompatibile con
i privilegi locali e di ceto e con i vincoli personali reciproci dell’ordinamento
feudale; la borghesia infranse l’ordinamento feudale e sulle sue rovine
instaurò l’ordinamento sociale borghese, il regno della libera concorrenza,
della libertà di domicilio, dell’eguaglianza dei diritti dei possessori
delle merci, insomma tutte quelle che si chiamano delizie borghesi.
Il modo di produzione capitalistico si potette ora sviluppare liberamente.
Le forze produttive elaborate sotto la direzione della borghesia si
svilupparono da quando il vapore e le nuove macchine utensili trasformarono
la vecchia manifattura nella grande industria con celerità e proporzioni
fino ad allora inaudite. Ma come a suo tempo la manifattura,
e l’artigianato che sotto l’influsso di essa si era ulteriormente
sviluppato, erano venuti in conflitto con i vincoli feudali delle
corporazioni, così la grande industria, arrivata al suo più pieno
sviluppo, viene in conflitto con i limiti entro i quali la confina
il modo di produzione capitalistico. Le nuove forze produttive hanno
ormai superato la forma borghese del loro sfruttamento; né questo
conflitto tra forze produttive e modo di produzione è un conflitto
sorto nella testa degli uomini, come press’a poco quello tra il peccato
originale e la giustizia divina, ma esiste nei fatti, obiettivamente,
fuori di noi, indipendentemente dalla volontà e dalla condotta stessa
di quegli uomini che lo hanno determinato. Il socialismo moderno non
è altro che il riflesso ideale di questo conflitto reale, il suo ideale
rispecchiarsi, in primo luogo, nella testa della classe che sotto
di esso direttamente soffre, la classe operaia.
Ora, in che cosa consiste questo conflitto?
Prima della produzione capitalistica, cioè nel Medioevo, sussisteva
dappertutto la piccola produzione, fondata sul fatto che i lavoratori
avevano la proprietà privata dei loro mezzi di produzione: l’agricoltura
dei piccoli contadini, liberi o servi, l’artigianato delle città.
l mezzi di lavoro, terra, attrezzi agricoli, laboratori, utensili,
erano mezzi di lavoro individuali, destinati solo all’uso individuale,
quindi necessariamente modesti, minuscoli, limitati. Ma proprio perciò
essi appartenevano anche, di regola, al produttore stesso. Concentrare
questi mezzi di produzione sparpagliati e ristretti, estenderli, trasformarli
nelle leve potentemente efficienti della produzione attuale: questa
è stata precisamente la funzione storica del modo di produzione capitalistico
e della classe che lo rappresenta, la borghesia. Come essa abbia adempiuto
questa sua funzione, a partire dal secolo XV, passando per i tre stadi
della cooperazione semplice, della manifattura e della grande industria,
è stato descritto diffusamente da Marx nella quarta sezione del Capitale.
Ma la borghesia, come vi è parimenti dimostrato, non poteva trasformare
quei mezzi di produzione limitati, in possenti forze produttive, senza
trasformarli da mezzi di produzione individuali in mezzi di produzione
sociali che possono essere usati solo da una collettività
di uomini . Al posto del filatoio, del telaio a mano, del maglio
del fabbro, subentrarono la macchina per filare, il telaio meccanico,
il maglio a vapore; al posto del laboratorio individuale subentrò
la fabbrica, che esige il lavoro associato di centinaia e di migliaia
di uomini. E come i mezzi di produzione, così la produzione stessa
si trasformò da una serie di atti individuali in una serie di atti
sociali e i prodotti si trasformarono da prodotti individuali in prodotti
sociali. Il filo, il tessuto, gli oggetti di metallo che ora uscivano
dalla fabbrica, erano il prodotto comune di molti operai, per le cui
mani essi dovevano passare successivamente prima di essere pronti.
Nessuno di loro può dire individualmente: « Questo l’ho fatto io
, è il mio prodotto ».
Ma là dove la divisione naturale del lavoro sorta a poco a poco senza
un piano, è la forma fondamentale della produzione, in seno alla società,
essa imprime ai prodotti la forma di merci il cui scambio
reciproco, compra e vendita, mette i singoli produttori in condizione
di soddisfare i loro svariati bisogni. Questo avveniva nel Medioevo.
Il contadino, per esempio, vendeva prodotti agricoli all’artigiano
e a sua volta comprava da esso prodotti artigiani. In questa società
di produttori individuali, di produttori di merci, si insinuò dunque
il nuovo modo di produzione. Nel beI mezzo della divisione del lavoro,
naturale,priva di un piano , quale dominavain tutta la società,
questo nuovo modo di produzione instaurò la divisione del lavorosecondo
un piano , quale era organizzata nella singola fabbrica; accanto
alla produzioneindividuale comparve la produzione sociale
.I prodotti di entrambe venivano venduti allo stesso mercato
e quindi a prezzi, almeno approssimativamente, eguali. Ma l’organizzazione
secondo un piano era più forte della divisione naturale del lavoro;
le fabbriche che lavoravano socialmente producevanoi loro prodotti
più a buon mercato che non i piccoli produttori isolati. La produzione
individuale soggiacque successivamente in tutti i campi, la produzione
sociale rivoluzionò tutto l’antico modo di produzione. Ma questo suo
carattere rivoluzionario fu così poco riconosciuto che, al contrario,
essa fu introdotta come mezzo per accrescere e favorire la produzione
delle merci. Essa sorse ricollegandosi direttamente a leve determinate
e già esistenti della produzione e dello scambio delle merci: il capitale
mercantile, l’artigianato, il lavoro salariato. Poiché essa stessa
si presentava come una nuova forma della produzione di merci, le forme
di appropriazione della produzione di merci rimasero in pieno vigore
anche per essa.
Nella produzione di merci, quale si era sviluppata nel Medioevo, non
poteva affatto sorgere la questione a chi dovesse appartenere il prodotto
del lavoro. Il produttore individuale lo aveva, di regola, confezionato
con una materia prima che gli apparteneva e che spesso era prodotta
da lui stesso, con mezzi di lavoro propri e col lavoro manuale proprio
o della sua famiglia. Non c’era assolutamente nessun bisogno che egli
se lo appropriasse, gli apparteneva in modo assolutamente spontaneo.
La proprietà dei prodotti era quindi fondata sul proprio lavoro
. Anche laddove ci si serviva di aiuto altrui, di regola quest’aiuto
restava cosa accessoria e chi lo prestava frequentemente riceveva,
oltre al salario, anche un’altra remunerazione: l’apprendista e il
garzone delle corporazioni lavoravano per avviarsi a diventare maestri,
più che per il vitto e il salario. A questo punto venne la concentrazione
dei mezzi di produzione in grandi officine e manifatture, la loro
trasformazione in mezzi di produzione effettivamente sociali. Ma i
mezzi di produzione e i prodotti sociali furono trattati come se fossero
ancora, quali erano prima, mezzi di produzione e prodotti individuali.
Se sinora il possessore dei mezzi di lavoro si era appropriato il
prodotto perché di regola era un prodotto suo proprio, e il lavoro
sussidiario altrui era solo l’eccezione, ora il possessore degli strumenti
di lavoro continuò ad appropriarsi il prodotto, malgrado non fosse
più il suo prodotto, ma esclusivamente il prodotto del
lavoro altrui. In questo modo i prodotti, ormai creati socialmente,
se li appropriarono non già coloro che mettevano effettivamente in
movimento i mezzi di produzione e che effettivamente creavano i prodotti,
ma il capitalista . I mezzi di produzione e la produzione
sono diventati essenzialmente sociali, ma sono sottoposti ad una forma
di appropriazione che ha come presupposto la produzione privata individuale,
nella quale quindi ognuno possiede il proprio prodotto e lo porta
al mercato. Il modo di produzione viene sottoposto a questa forma
di appropriazione malgrado ne elimini il presupposto*7.
In questa contraddizione che conferisce al nuovo modo di produzione
il suo carattere capitalistico, risiede già in germe tutto il
contrasto del nostro tempo . Quanto più il nuovo modo di produzione
divenne dominante in tutti i campi decisivi della produzione e in
tutti i paesi di importanza economica decisiva, e conseguentemente
soppiantò la produzione individuale sino ai suoi residui insignificanti,
tanto più crudamente doveva apparire anche l’inconciliabilità
della produzione sociale e dell'appropriazione capitalistica.
I primi capitalisti, come abbiamo detto, trovarono già esistente la
forma del lavoro salariato; ma lavoro salariato come eccezione, occupazione
ausiliaria, accessoria, fase transitoria. Il lavoratore agricolo che
andava temporaneamente a lavorare a giornata aveva il suo palmo di
terra col quale, in mancanza di meglio, poteva vivere. Gli ordinamenti
delle corporazioni si davano cura che il garzone di oggi diventasse
il maestro di domani. Ma non appena i mezzi di produzione divennero
sociali e furono concentrati nelle mani dei capitalisti, tutto questo
mutò. Il mezzo di produzione, così come il prodotto del piccolo produttore
individuale, perdette sempre più di valore e a costui non restò altro
che andare a salario presso il capitalista. Il lavoro salariato, prima
eccezione e occupazione ausiliaria, divenne regola e forma fondamentale
di tutta la produzione; prima occupazione accessoria, diventò ora
l’attività esclusiva dell’operaio. Il salariato temporaneo si trasformò
in salariato a vita. La quantità dei salariati a vita fu inoltre smisuratamente
accresciuta dal contemporaneo crollo dell’ordinamento feudale, dalla
dispersione del personale dei signori feudali, dall’espulsione dei
contadini dalle loro fattorie, ecc. La separazione tra i mezzi di
produzione concentrati nelle mani dei capitalisti e i produttori,
ridotti a non possedere altro che la forza-lavoro, divenne completa.
La contraddizione tra produzione sociale e appropri-azione capitalistica
sipresentò come antagonismo traproletariato e borghesia 104.
Abbiamo visto che il modo di produzione capitalistico si inserì
in una società di produttori di merci, di produttori individuali,
il cui nesso sociale era determinato dallo scambio dei loro prodotti.
Ma ogni società fondata sulla produzione di merci ha questo di particolare:
che in essa i produttori hanno perduto il dominio sui loro propri
rapporti sociali. Ognuno produce per sé con mezzi di produzione che
casualmente possiede e per il fabbisogno del suo scambio individuale.
Nessuno sa né quale quantità del suo articolo arriva al mercato, né
in generale quale quantità ne è richiesta; nessuno sa se il suo prodotto
individuale risponde ad un effettivo bisogno, né se potrà ricavarne
le spese, né se in generale potrà vendere. Domina l’anarchia della
produzione sociale. Ma la produzione di merci, come ogni altra forma
di produzione, ha le sue leggi specifiche, immanenti, inseparabili
da essa. E queste leggi si attuano malgrado l’anarchia, in essa e
per mezzo di essa. Esse compaiono nell’unica forma di nesso sociale
che continua ad esistere, nello scambio, e si fanno valere sui produttori
individuali come leggi coattive della concorrenza. Da principio esse
sono quindi sconosciute a questi stessi produttori e devono essere
scoperte da loro a poco a poco e solo con una lunga esperienza. Esse
dunque si attuano senza i produttori e contro i produttori, come leggi
naturali della loro forma di produzione agenti ciecamente. Il prodotto
domina i produttori.
Nella società medioevale, specialmente nei primi secoli, la produzione
era essenzialmente indirizzata al consumo personale. Essa appagava
in prevalenza soltanto i bisogni del produttore e della sua famiglia.
Laddove, come nella campagna, sussistevano rapporti di dipendenza
personale, la produzione contribuiva anche all’appagamento dei bisogni
del signore feudale. Quindi non c’era scambio e conseguentemente i
prodotti non assumevano neppure il carattere di merci. La famiglia
del contadino produceva quasi tutto quello di cui abbisognava, attrezzi
e indumenti non meno che mezzi di sussistenza. Solo allorché pervenne
a produrre un’eccedenza sul proprio fabbisogno e sui versamenti in
natura dovuti al signore feudale, solo allora cominciò a produrre
anche merci; questa eccedenza immessa nello scambio, offerta in vendita,
divenne merce. Gli artigiani cittadini dovettero, certo, già sin dal
principio, produrre per lo scambio. Ma essi provvedevano il loro bestiame
nel bosco comunale che forniva loro fabbisogno personale; avevano
orti e piccoli campi; mandavano il loro bestiame nel bosco comunale
che forniva loro inoltre legname da costruzione e legna da ardere;
le donne filavano il lino, la lana, ecc. La produzione per lo scambio,
la produzione di merci, era solo sul nascere. Da qui scambio limitato,
mercato limitato, modo di produzione stabile, isolamento locale verso
l’esterno e unione locale all’interno: la Marca nella campagna, la
corporazione nella città.
Ma con l’estensione della produzione di merci, e specialmente con
l’apparire del modo di produzione capitalistico, entrarono più apertamente
e più potentemente in azione le leggi della produzione di merci sinora
latenti. I vecchi vincoli si allentarono, le vecchie barriere che
isolavano furono infrante, i produttori si trasformarono sempre più
in produttori di merci indipendenti e isolati. Apparve l’anarchia
della produzione sociale e sempre più fu spinta al suo estremo. Ma
il principale strumento con cui il modo di produzione capitalistico
accresceva questa anarchia della produzione sociale era precisamente
l’opposto dell’anarchia: era la crescente organizzazione della produzione,
in quanto produzione sociale, in ogni singola azienda produttiva.
Con questa leva, esso mise fine alla vecchia pacifica stabilità. Laddove
veniva introdotto in un ramo di industria, non tollerava accanto
a sé nessun altro modo di produzione più vecchio. Laddove si impadroniva
di un mestiere ne distruggeva l’antica forma artigiana. Il campo del
lavoro divenne un campo di battaglia. Le grandi scoperte geografiche
e le colonizzazioni che seguirono moltiplicarono i territori di sbocco
e accelerarono la trasformazione dell’artigianato in manifattura.
La lotta non scoppiò soltanto tra i singoli produttori di una località;
le lotte locali sviluppandosi divennero a loro volta lotte nazionali,
come le guerre commerciali dei secoli XVII e XVIII105.
Finalmente la grande industria e la creazione del mercato mondiale
resero universale la lotta e ad un tempo le conferirono una violenza
inaudita. Tra i singoli capitalisti, così come tra intere industrie
e interi paesi, il problema della loro esistenza viene deciso dalle
condizioni più o meno favorevoli della produzione, che possono essere
naturali o artificiali. Chi soccombe viene eliminato senza nessun
riguardo. E’ la lotta darwiniana per l’esistenza dell’individuo, trasportata,
con accresciuto furore, dalla natura alla società. Il punto di vista
dell’animale nella natura appare come l’apice dell’umano sviluppo.
La contraddizione tra produzione sociale e appropriazione capitalistica
si presenta ora come antagonismo tra l’organizzazione della produzione
nella singola fabbrica e l’anarchia della produzione nel complesso
della società.
Il modo di produzione capitalistico si muove entro queste due
forme nelle quali si manifesta quella contraddizione che gli è immanente
per la sua origine e descrive, senza possibilità di uscirne, quel
«circolo vizioso» che già Fourier vi aveva scoperto. Ciò che Fourier
non poteva invero ancora scorgere ai suoi tempi, è che questo circolo
progressivamente si restringe, che il movimento rappresenta piuttosto
una spirale, e che, come quello dei pianeti, raggiungerà la sua fine
collidendo col centro. E’ la forza motrice dell’anarchia sociale della
produzione che trasforma sempre più la grande maggioranza degli uomini
in proletari e, a loro volta, sono le masse proletarie che metteranno
termine, infine, all’anarchia della produzione. E’ la forza motrice
dell’anarchia sociale della produzione che trasforma l’infinita perfezionabilità
delle macchine della grande industria in un’obbligazione che impone
al singolo capitalista industriale di perfezionare sempre più le proprie
macchine, pena la rovina. Ma perfezionare le macchine significa render
superfluo del lavoro umano. Se l’introduzione e l’aumento del macchinario
significa soppiantare milioni di operai manuali con pochi operai addetti
alle macchine, il miglioramento del macchinario, significa soppiantare
un numero sempre crescente di operai, essi stessi addetti alle macchine,
e in ultima analisi creare una massa di salariati disponibili superiore
alla quantità media di unità che il capitale ha bisogno di occupare:
creare cioè un vero esercito di riserva industriale, come io lo chiamavo
già nel 1845*8, disponibile per i tempi
in cui l’industria lavora ad alta pressione, gettato sul lastrico
nella crisi che necessariamente segue, in tutti i tempi palla di piombo
al piede della classe operaia nella sua lotta per l’esistenza col
capitale, regolatore che serve a tenere il salario a quel basso livello
che è adeguato alle esigenze dei capitalisti. Così avviene che, per
dirla con Marx, la macchina diventa il più potente mezzo di guerra
del capitale contro la classe operaia; che lo strumento di lavoro
strappa giornalmente dalle mani dell’operaio i mezzi di sussistenza;
che il prodotto stesso dell’operaio si trasforma in uno strumento
per l’asservimento dell’operaio. Così accade che l’economizzare mezzi
di lavoro diventa a priori ad un tempo una dilapidazione senza ritegno
della forza-lavoro e una rapina ai danni dei normali presupposti della
funzione del lavoro; che le macchine che sono il mezzo più potente
per abbreviare il tempo di lavoro, si mutano nel mezzo più infallibile
per trasformare tutta la vita dell’operaio e della sua famiglia in
tempo di lavoro disponibile per la valorizzazione del capitale; così
accade che il sopralavoro degli uni diventa il presupposto della disoccupazione
degli altri e che la grande industria che dà la caccia a nuovi consumatori
su tutta la superficie terrestre, in patria riduce il consumo delle
masse ad un minimo di fame e così mina il proprio mercato interno.
«La legge infine che equilibra costantemente sovrappopo-lazione relativa,
ossia l’esercito industriale di riserva, da una parte, e volume e
energia dell’accumulazione dall’altra, incatena l’operaio al capitale
in maniera più salda che i cunei di Efesto non saldassero alla roccia
Prometeo. Questa legge determina un’accumulazione di miseria proporzionata
all’accumulazione di capitale. L’accumulazione di ricchezza all’uno
dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento
di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione morale
al polo opposto, ossia dalla parte della classe che produce il
proprio prodotto come capitale » (Marx, Capitale, p. 671).
E aspettare dal modo di produzione capitalistico un’altra distribuzione
di prodotti, significa pretendere che gli elettrodi di una batteria,
finché stanno in collegamento con la batteria, non debbano scomporre
l’acqua e sviluppare ossigeno al polo positivo e idrogeno al polo
negativo.
Abbiamo visto come la perfettibilità della macchina moderna, spinta
al punto più alto, si trasformi, mediante l’anarchia della produzione
nella società, in un’imposizione che costringe il singolo capitalista
industriale a migliorare incessantemente le proprie macchine, ad elevarne
la forza produttiva. La semplice possibilità effettiva di estendere
l’ambito della sua produzione, si trasforma per lui in un’imposizione
di egual natura. L’enorme forza espansiva della grande industria,
di fronte alla quale quella dei gas è un vero giuoco da bambini, si
presenta ora ai nostri occhi come un bisogno di espansione
sia qualitativa che quantitativa che si fa beffa di ogni pressione
contraria. Questa pressione contraria è formata dal consumo, dallo
smercio, dai mercati per i prodotti della grande industria. Ma la
capacità di espansione dei mercati, sia estensiva che intensiva, è
dominata anzitutto da leggi affatto diverse, che agiscono in modo
molto meno energico. L’espansione dei mercati non può andare di pari
passo con quella della produzione. La collisione diviene inevitabile
e poiché non può presentare nessuna soluzione sino a che non manda
a pezzi lo stesso modo di produzione capitalistico, diventa periodica.
La produzione capitalistica genera un nuovo «circolo vizioso».
In effetti, dal 1825, anno in cui scoppiò la prima crisi generale,
tutto il mondo industriale e commerciale, la produzione e lo scambio
di tutti i popoli civili e delle loro appendici più o meno barbariche,
si sfasciano una volta ogni dieci anni circa. Il commercio langue,
i mercati sono ingombri, si accumulano i prodotti tanto numerosi quanto
inesitabili, il denaro contante diviene invisibile, il credito scompare,
le fabbriche si fermano, le masse operaie, per aver prodotto troppi
mezzi di sussistenza, mancano dei mezzi di sussistenza: fallimenti
e vendite all’asta si susseguono. La stagnazione dura per anni, forze
produttive e prodotti vengono dilapidati e distrutti in gran copia,
sino a che finalmente le masse di merci accumulate defluiscono grazie
ad una svalutazione più o meno grande e produzione e scambio a poco
a poco riprendono il loro cammino. Gradualmente la loro andatura si
accelera, si mette al trotto, il trotto dell’industria si trasforma
in galoppo e questo si accelera sino ad assumere l’andatura sfrenata
di una vera corsa a ostacoli industriale, commerciale, creditizia
e speculativa per ricadere finalmente, dopo salti da rompersi il collo,
nel baratro del crac. E così sempre da capo. Tutto questo dal 1825
lo abbiamo sperimentato per ben cinque volte e in questo momento (1877)
lo stiamo sperimentando per la sesta volta. E il carattere di queste
crisi è così nettamente marcato, che Fourier le ha colte tutte quante,
allorché definì la prima come crise plétorique , crisi di
sovrabbondanza.
Nelle crisi la contraddizione tra produzione sociale e appropriazione
capitalistica perviene allo scoppio violento. La circolazione delle
merci è momentaneamente annientata; il mezzo della circolazione, il
denaro, diventa un ostacolo per la circolazione; tutte le leggi della
produzione e della circolazione delle merci vengono sovvertite. La
collisione economica raggiunge il suo punto culminante: il modo
della produzione si ribella contro il modo dello scambio .
Il fatto che l’organizzazione sociale della produzione nel- l’interno
della fabbrica ha raggiunto il punto in cui diventa incompatibile
con l’anarchia della produzione esistente nella società accanto ad
essa e al di sopra di essa, questo fatto viene reso tangibile
agli stessi capitalisti dalla potente concentrazione dei capitali
che ha luogo durante le crisi, mediante la rovina di un gran numero
di grandi capitalisti e di un numero ancora maggiore di piccoli capitalisti.
Tutto il meccanismo del modo di produzione capitalistico si arresta
sotto la pressione delle forze produttive che esso stesso, mette in
azione. Esso non riesce più a trasformare in capitale tutta questa
massa di mezzi di produzione: essi giacciono inoperosi e, precisamente
per questa ragione, anche l’esercito di riserva industriale è costretto
a restare inoperoso. Mezzi di produzione, mezzi di sussistenza, operai
disponibili, tutti gli elementi della produzione e della ricchezza
generale, esistono in sovrabbondanza. Ma la «sovrabbondanza diventa
fonte di miseria e di penuria » (Fourier) perché è precisamente essa
che ostacola la trasformazione dei mezzi di produzione e di sussistenza
in capitale. Infatti nella società capitalistica i mezzi di produzione
non possono entrare in azione se prima non si sono trasformati in
capitale, in mezzi per lo sfruttamento della forza-lavoro umana. La
necessità che i mezzi di produzione e di sussistenza assumano il carattere
di capitale si erge come uno spettro tra essi e gli operai. Essa sola
impedisce il contatto tra le leve reali e le leve personali della
produzione; essa sola proibisce ai mezzi di produzione di funzionare
e agli operai di lavorare e di vivere. Da una parte dunque viene conclamata
la incapacità del modo di produzione capitalistico di continuare a
dirigere queste forze produttive. Dall’altra queste stesse forze produttive
spingono con forza sempre crescente alla soppressione della contraddizione,
alla propria emancipazione dal loro carattere di capitale, all’effettivo
riconoscimento del loro carattere di forze produttive sociali .
E’ questa reazione al proprio carattere di capitale delle forze produttive
nel loro rigoglioso sviluppo, è questa progressiva spinta a far riconoscere
la propria natura sociale, ciò che obbliga la stessa classe capitalistica
a trattare sempre più come sociali queste forze produttive, nella
misura in cui è possibile, in generale, sul piano dei rapporti capitalistici.
Tanto il periodo di grande prosperità nell’industria con la sua illimitata
inflazione creditizia, quanto lo stesso crac con la rovina di
grandi imprese capitalistiche, spingono a quella forma di socializzazione
di masse considerevolmente grandi di mezzi di produzione, che incontriamo
nelle diverse specie di società per azioni. Molti di questi mezzi
di produzione e di scambio sono sin dal principio così enormi da escludere,
come ad esempio avviene nelle strade ferrate, ogni altra forma di
sfruttamento capitalistico. Ad un certo grado dello sviluppo, neanche
questa forma è più sufficiente. I grandi produttori nazionali di uno
stesso ramo di produzione industriale si riuniscono in un «trust»,
in un’associazione avente lo scopo di regolare la produzione; essi
determinano la quantità totale da produrre, se la ripartiscono tra
di loro ed impongono così il prezzo di vendita stabilito in precedenza.
Ma poiché tali trust, quando gli affari cominciano ad andar male,
per lo più si dissolvono, proprio per questa ragione essi spingono
ad una forma ancora più concentrata di socializzazione: tutto il ramo
di industria si trasforma in una unica grande società per azioni;
la concorrenza nazionale cede il posto al monopolio nazionale di questa
unica società; così accadde già nel 1890 con la produzione inglese
degli alcali che ora, dopo la fusione di tutte e 48 le grandi fabbriche,
viene esercitata da un’unica grande società con direzione unica e
con un capitale di 120 milioni di marchi.
Nel trust la libera concorrenza si trasforma in monopolio, la produzione,
priva di un piano, della società capitalistica capitola davanti alla
produzione, secondo un piano, dell’irompente società socialista. Certo,
in un primo tempo questo avviene ancora a tutto vantaggio dei capitalisti.
Ma qui lo sfruttamento diventa così tangibile da dover necessariamente
crollare. Nessun popolo sopporterebbe una produzione diretta da trust,
uno sfruttamento così scoperto della collettività per opera di una
piccola banda di tagliatori di cedole.
In un modo o nell’altro, con trust o senza trust, una cosa è certa:
che il rappresentante ufficiale della società capitalistica, lo Stato,
deve alla fine assumerne la direzione*9.
La necessità della trasformazione in proprietà statale si manifesta
anzitutto nei grandi organismi di comunicazione : poste, telegrafi,
ferrovie.
Se le crisi hanno rivelato l’incapacità della borghesia a dirigere
ulteriormente le moderne forze produttive, la trasformazione dei grandi
organismi di produzione e di traffico in società per azioni, in trust
e in proprietà statale mostra che la borghesia non è indispensabile
per il raggiungimento di questo fine. Tutte le funzioni sociali del
capitalista sono oggi compiute da impiegati salariati. Il capitalista
non ha più nessuna attività sociale che non sia l’intascar rendite,
il tagliar cedole e il giocare in borsa, dove i vari capitalisti si
spogliano a vicenda dei loro capitali. Se il modo di produzione capitalistico
ha cominciato col soppiantare gli operai, oggi esso soppianta i capitalisti
e li relega, precisamente come gli operai, tra la popolazione superflua,
anche se in un primo tempo non li relega tra l’esercito di riserva
industriale.
Ma né la trasformazione in società per azioni e trust, né la trasformazione
in proprietà statale, sopprime il carattere di capitale delle forze
produttive. Nelle società per azioni e nei trust questo carattere
è evidente. E a sua volta lo Stato moderno non è altro che l’organizzazione
che la società borghese si dà per mantenere le condizioni esterne
generali del modo di produzione capitalistico di fronte agli attacchi
sia degli operai che dei singoli capitalisti. Lo Stato moderno, qualunque
ne sia la forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, uno
Stato dei capitalisti, il capitalista collettivo ideale. Quanto più
si appropria le forze produttive, tanto più diventa un capitalista
collettivo, tanto maggiore è il numero di cittadini che esso sfrutta.
Gli operai rimangono dei salariati, dei proletari. Il rapporto capitalistico
non viene soppresso, viene invece spinto al suo apice. Ma giunto all’apice,
si rovescia. La proprietà statale delle forze produttive non è la
soluzione del conflitto, ma racchiude in sé il mezzo formale, la chiave
della soluzione.
Questa soluzione può consistere solo nel fatto che si riconosca in
effetti la natura sociale delle moderne forze produttive e che quindi
il modo di produzione, di appropriazione e di scambio sia messo in
armonia con il carattere sociale dei mezzi di produzione. E questo
può accadere solo a condizione che, apertamente e senza tergiversazioni,
la società si impadronisca delle forze produttive le quali sono divenute
troppo grandi per subire qualsiasi altra direzione che non sia quella
sua. Così il carattere sociale dei mezzi di produzione e dei prodotti
che oggi si volge contro gli stessi produttori, che sconvolge periodicamente
il modo di produzione e di scambio e si impone con forza possente
e distruttiva solo come cieca legge naturale, viene fatto valere con
piena consapevolezza dai produttori e, da causa di turbamento e di
sconvolgimento periodico, si trasforma nella più potente leva della
produzione stessa.
Le forze socialmente attive agiscono in modo assolutamente eguale
alle forze naturali: in maniera cieca, violenta, distruttiva, sino
a quando non le riconosciamo e non facciamo i conti con esse. Ma una
volta che le abbiamo riconosciute, che ne abbiamo compreso il modo
d’agire, la direzione e gli effetti, dipende solo da noi il sottometterle
sempre più al nostro volere e per mezzo di esse raggiungere i nostri
fini. E questo vale in modo tutto particolare per le odierne potenti
forze produttive. Sino a quando ostinatamente ci rifiuteremo di intenderne
la natura e il carattere, e a questa intelligenza si oppongono il
modo di produzione capitalistico e i suoi sostenitori, queste forze
agiranno malgrado noi e contro di noi, e, come abbiamo diffusamente
esposto, ci domineranno. Ma una volta che siano comprese nella loro
natura, esse, nelle mani dei produttori associati, possono essere
trasformate da demoniache dominatrici in docili serve. E’ questa la
differenza tra la forza distruttiva dell’elettricità nel fulmine della
tempesta e l’elettricità domata del telegrafo e della lampada ad arco;
la differenza tra l’incendio e il fuoco che agisce al servizio dell’uomo.
Quando le odierne forze produttive saranno considerate in questo modo,
conformemente alla loro natura finalmente conosciuta, all’anarchia
sociale della produzione subentrerà una regolamentazione socialmente
pianificata della produzione, conforme ai bisogni sia della comunità
che di ogni singolo. Così il modo di appro-priazione capitalistico,
in cui il prodotto asservisce anzitutto chi lo produce, ma poi anche
colui che se lo appropria, viene sostituito dal modo di appropriazione
dei prodotti, fondato sulla natura stessa dei moderni mezzi di produzione
: da una parte da una appropriazione direttamente sociale come mezzo
per mantenere ed allargare la produzione, dall’altra da un appropriazione
direttamente individuale come mezzo di sussistenza e di godimento.
Il modo di produzione capitalistico, trasformando in misura sempre
crescente la grande maggioranza della popolazione in proletari, crea
la forza che, pena la morte, è costretta a compiere questo rivolgimento.
Spingendo in misura sempre maggiore alla trasformazione dei grandi
mezzi di produzione socializzati in proprietà statale, essa stessa
mostra la via per il compimento di questo rivolgimento. Il proletariato
s’impadronisce del potere dello Stato e per prima cosa trasforma i
mezzi di produzione in proprietà dello Stato . Ma così sopprime
se stesso come proletariato, sopprime ogni differenza di classe e
ogni antagonismo di classe e sopprime anche lo Stato come Stato. La
società esistita sinora, moventesi in antagonismi di classe, aveva
necessità dello Stato, cioè di un’organizzazione della classe sfruttatrice
in ogni periodo, per conservare le sue condizioni esterne di produzione
e quindi specialmente per tener con la forza la classe sfruttata nelle
condizioni di oppressione date dal modo vigente di produzione (schiavitù,
servitù della gleba o semiservitù feudale, lavoro salariato). Lo Stato
era il rappresentante ufficiale di tutta la società, la sua sintesi
in un corpo visibile, ma lo era solo in quanto era lo Stato di quella
classe che per il suo tempo rappresentava, essa stessa, tutta quanta
la società: nell’antichità era lo Stato dei cittadini padroni di schiavi,
nel Medioevo era lo Stato della nobiltà feudale, nel nostro tempo
lo Stato della borghesia. Ma, diventando alla fine effettivamente
il rappresentante di tutta la società, si rende, esso stesso superfluo.
Non appena non ci sono più classi sociali da mantenere nell’oppressione,
non appena con l’eliminazione del dominio di classe e della lotta
per l’esistenza individuale fondata sull’anarchia della produzione
sinora esistente, saranno eliminati anche i conflitti e gli eccessi
che sorgono da tutto ciò, non ci sarà da reprimere più niente di ciò
che rendeva necessario un potere repressivo particolare, uno Stato.
Il primo atto con cui lo Stato si presenta realmente come rappresentante
di tutta la società cioè la presa di possesso dei mezzi di produzione
in nome della società, è ad un tempo l’ultimo suo atto indipendente
in quanto Stato. L’intervento di un potere statale nei rapporti sociali
diventa superfluo successivamente in ogni campo e poi viene meno da
se stesso. Al posto del governo sulle persone appare l’amministrazione
delle cose e la direzione dei processi produttivi. Lo Stato non viene
«abolito»: esso si estingue .
Questo è l’apprezzamento che deve farsi della frase «Stato popolare
libero»106 tanto quindi per la
sua giustificazione temporanea in sede di agitazione, quanto per la
sua definitiva insufficienza in sede scientifica; e questo è del pari
l’apprezzamento che deve farsi dell’esigenza dei cosiddetti anarchici
che lo Stato debba essere abolito dall’oggi al domani.
La presa di possesso di tutti i mezzi di produzione da parte della
società, fin dall’apparire del modo di produzione capitalistico nella
storia, è stata assai spesso sognata più o meno oscuramente sia da
singoli che da intere sette, come un ideale dell’avvenire. Ma essa
poteva diventare possibile, poteva diventare una necessità storica,
solo quando fossero state presenti le condizioni materiali della sua
attuazione. Essa come ogni altro progresso sociale, diviene realizzabile
non già per mezzo della conoscenza acquisita che l’esistenza delle
classi contraddice alla giustizia, all’eguaglianza, ecc., non già
per mezzo della semplice volontà di abolire queste classi, ma per
mezzo di certe nuove condizioni economiche. La divisione della società
in una classe che sfrutta e una classe che è sfruttata, in una classe
che domina e una classe che è oppressa, è stata la conseguenza necessaria
del precedente angusto sviluppo della produzione. Fino a quando il
complessivo lavoro sociale fornisce solo un provento che supera soltanto
di poco ciò che è necessario per un’esistenza stentata di tutti, fino
a quando perciò il lavoro impegna tutto o quasi tutto il tempo della
maggioranza dei membri della società, necessariamente la società si
divide in classi. Accanto a questa grande maggioranza dedita esclusivamente
al lavoro, si forma una classe emancipata dal lavoro immediatamente
produttivo, la quale cura gli affari comuni della società: direzione
del lavoro, affari di Stato, giustizia, scienza, arti, ecc. A base
della divisione in classi sta quindi la legge della divisione del
lavoro. Ma ciò non impedisce che questa divisione in classi non si
sia effettuata mediante forza e rapina, astuzia e inganno107
e che la classe dominante, una volta in sella, non abbia mai mancato
di consolidare il proprio dominio a spese della classe che lavora
e di trasformare la direzione della società in un accresciuto sfruttamento
delle masse.
Ma se, di conseguenza, la divisione in classi ha una certa giustificazione
storica, tale giustificazione essa l’ha soltanto per un determinato
intervallo di tempo, per determinate condizioni sociali. Essa si è
fondata sull’insufficienza della produzione e sarà eliminata dal pieno
sviluppo delle moderne forze produttive. Ed in effetti, l’abolizione
delle classi sociali ha come suo presupposto un grado di sviluppo
storico in cui non solo l’esistenza di questa o di quella determinata
classe dominante, ma in generale l’esistenza di una classe dominante
e quindi della stessa differenza di classe, è diventata un ana-cronismo,
un vecchiume. Essa ha quindi come suo presupposto un alto grado di
sviluppo della produzione nel quale l’appropriazione dei mezzi di
produzione e dei prodotti, e perciò del potere politico, del monopolio
della cultura e della direzione spirituale da parte di una particolare
classe della società non solo è diventata superflua, ma è diventata
anche economicamente, politicamente e intellettualmente un ostacolo
allo sviluppo. Questo punto oggi è raggiunto. Se il fallimento politico
e intellettuale della borghesia a stento è ancora un segreto anche
per essa stessa, il suo fallimento economico si ripete regolarmente
ogni dieci anni. In ogni crisi la società soffoca sotto il peso delle
proprie forze produttive e dei propri prodotti che essa non può utilizzare,
ed è impotente davanti all’assurda contraddizione che i produttori
non hanno niente da consumare perché mancano i consumatori. La forza
di espansione dei mezzi di produzione strappa i legami che ad essi
sono imposti dal modo di produzione capitalistico. La loro liberazione
da questi legami è la sola condizione preliminare di uno sviluppo
ininterrotto e costantemente accelerato delle forze produttive, e
quindi di un incremento praticamente illimitato della produzione stessa.
Ma non basta. L’appropriazione sociale dei mezzi di produzione elimina
non solo l’ostacolo artificiale oggi esistente nella produzione, ma
anche la vera e propria completa distruzione di forze produttive e
di prodotti, che al presente è l’immancabile compagna della produzione
e che raggiunge il suo punto culminante nelle crisi. L’appropriazione
sociale, eliminando l’insensato sciupìo del lusso delle classi oggi
dominanti e dei loro rappresentanti politici, libera inoltre a vantaggio
della collettività una massa di mezzi di produzione e di prodotti.
La possibilità di assicurare, per mezzo della produzione sociale,
a tutti i membri della collettività una esistenza che non solo sia
completamente sufficiente dal punto di vista materiale e diventi ogni
giorno più ricca, ma che garantisca loro lo sviluppo e l’esercizio
completamente liberi delle loro facoltà fisiche e spirituali: questa
possibilità esiste ora per la prima volta, ma esiste *10.
Con la presa di possesso dei mezzi di produzione da parte della società,
viene eliminata la produzione di merci e con ciò il dominio del prodotto
sui produttori. L’anarchia all’interno della produzione sociale viene
sostituita dall’organizzazione cosciente secondo un piano. La lotta
per l’esistenza individuale cessa. In questo modo, in un certo senso,
l’uomo si separa definitivamente dal regno degli animali e passa da
condizioni di esistenza animali a condizioni di esistenza effettivamente
umane. La cerchia delle condizioni di vita che circondano gli uomini
e che sinora li hanno dominati passa ora sotto il dominio e il controllo
degli uomini, che adesso, per la prima volta, diventano coscienti
ed effettivi padroni della natura, perché, ed in quanto, diventano
padroni della loro propria organizzazione sociale. Le leggi della
loro attività sociale che sino allora stavano di fronte agli uomini
come leggi di natura estranee e che li dominavano, vengono ora applicate
dagli uomini con piena cognizione di causa e quindi dominate. L’organizzazione
sociale propria degli uomini che sinora stava loro di fronte come
una necessità imposta dalla natura e dalla storia, diventa ora la
loro propria libera azione. Le forze obiettive ed estranee che sinora
hanno dominato la storia passano sotto controllo degli uomini stessi.
Solo da questo momento gli uomini stessi faranno con piena coscienza
la loro storia, solo da questo momento le cause sociali da loro poste
in azione avranno prevalentemente, e in misura sempre crescente, anche
gli effetti che essi hanno voluto. E’ questo il salto dell’umanità
dal regno della necessità al regno della libertà108.
Riassumiamo brevemente, per concludere, il cammino che abbiamo percorso.
I .Società medioevale . Piccola produzione individuale. Mezzi
di produzione adattati all’uso individuale, perciò rozzi e primitivi,
minuscoli, di efficacia minima. Produzione per il consumo immediato
sia del produttore stesso che del suo signore feudale. Solo laddove
ha luogo un’eccedenza della produzione su questo consumo, quest’eccedenza
viene offerta in vendita e destinata allo scambio: la produzione di
merci è quindi solo sul nascere, ma già ora essa contiene in sé, in
germe, l’anarchia nella produzione sociale.
II. Rivoluzione capitalistica . Trasformazione dell’industria
in un primo tempo per opera della cooperazione semplice e della manifattura.
Concentrazione in grandi officine dei mezzi di produzione sin qui
sparsi, e quindi loro trasformazione da mezzi di produzione individuali
in mezzi di produzione sociali: trasformazione che non tocca in complesso
la forma dello scambio. Le vecchie forme di appropriazione rimangono
in vigore. Appare il capitalista: nella sua qualità di proprietario
dei mezzi di produzione si appropria anche dei prodotti e li trasforma
in merci. La produzione è diventata un atto sociale; lo scambio e
con esso l’appropriazione rimangono atti individuali, atti del singolo.
Il prodotto sociale se lo appropria il capitalista singolo. Contraddizione
fondamentale da cui sorgono tutte le contraddizioni tra le quali si
muove la società odierna e che la grande industria mette chiaramente
in evidenza.
A. Separazione del prodotto dai mezzi di produzione. Condanna dell’operaio
al lavoro salariato vita natural durante. Antagonismo tra proletariato
e borghesia.
B. Crescente rilievo e progrediente efficienza delle leggi che dominano
la produzione di merci. Sfrenata lotta di concorrenza. Contraddizione
tra l’organizzazione sociale nella singola fabbrica e l’anarchia sociale
nel complesso della produzione .
C. Da una parte perfezionamento del macchinario, diventato per
opera della concorrenza legge coercitiva per ogni singolo industriale
e che equivale ad un sempre crescente licenziamento di operai: esercito
di riserva industriale . Dall’altra parte estensione illimitata
della produzione e del pari legge coercitiva della concorrenza per
ogni singolo industriale. Da una parte e dall’altra sviluppo inaudito
delle forze produttive, eccedenza dell’offerta sulla domanda, sovrapproduzione,
ingorgo dei mercati, crisi decennali, circolo vizioso: qua eccedenza
di mezzi di produzione e di prodotti, là eccedenza di operai senza
occupazione e senza mezzi di sussistenza; ma queste due leve della
produzione e del benessere sociale non possono andare insieme perché
la forma capitalistica della produzione impedisce alle forze produttive
di agire, ai prodotti di circolare, ove precedentemente non si siano
trasformati in capitale: ciò che è precisamente impedito dal loro
eccesso. La contraddizione si è sviluppata sino a diventare il controsenso
per cui il modo di produzione si ribella contro la forma dello
scambio . E’ provato che la borghesia è incapace di continuare
ulteriormente a dirigere le proprie forze produttive sociali.
D. Parziale riconoscimento del carattere sociale delle forze produttive,
riconoscimento a cui è obbligato lo stesso capitalista. Appropriazione
dei grandi organismi di produzione e di traffico, prima da parte di
società per azioni , più tardi da parte di trusts e in ultimo
da parte dello Stato . La borghesia dimostra di essere una
classe superflua, tutte le sue funzioni sociali vengono ora compiute
da impiegati stipendiati.
III. Rivoluzione proletaria . Soluzione delle contraddizioni:
il proletariato si impadronisce del potere pubblico e in virtù di
questo potere trasforma i mezzi di produzione sociale che sfuggono
dalle mani della borghesia, in proprietà pubblica. Con questo atto
il proletariato libera i mezzi di produzione dal carattere di capitale
che sinora essi avevano e dà al loro carattere sociale la piena libertà
di esplicarsi. Ormai diviene possibile una produzione sociale conforme
ad un piano prestabilito. Lo sviluppo della produzione rende anacronistica
l’ulteriore esistenza di classi sociali distinte. Nella misura in
cui scompare l’anarchia della produzione sociale, vien meno anche
l’autorità politica dello Stato. Gli uomini, finalmente padroni della
forma loro propria di organizzazione sociale, diventano perciò ad
un tempo padroni della natura, padroni di se stessi, liberi.
Compiere quest’azione di liberazione universale è la missione storica
del proletariato moderno. Studiarne a fondo le condizioni storiche
e conseguentemente la natura stessa e dare così alla classe, oggi
oppressa e chiamata all’azione, la coscienza delle condizioni e della
natura della sua propria azione è il compito del socialismo scientifico,
espressione teorica del movimento proletario.
Note di Engels
*7. Non occorre spiegare qui che, seppure la
forma di appropriazione rimane la stessa, il carattere dell'appropriazione
viene rivoluzionato, non meno che la produzione, dal processo che
è stato descritto sopra. Che io mi appropri il mio prodotto o il prodotto
altrui, sono naturalmente due specie molto differenti di appropriazione.
Incidentalmente: il lavoro salariato, in cui è già contenuto in germe
tutto il modo di produzione capitalistico, è molto antico; per secoli
esso è esistito, allo stato sporadico e sparso, accanto alla schiavitù.
Ma il germe potette svilupparsi sino a raggiungere il modo di produzione
capitalistico solo allorché si produssero le condizioni storiche necessarie
(Nota di Engels).
*8. La situazione della classe operaia Inghilterra,
p. 109 (Nota di Engels )
*9. Io dico: deve. Infatti, solo nel caso
in cui i mezzi di produzione o di comunicazione siano realmente
diventati troppo grandi per essere diretti da società per azioni,
in cui quindi la statizzazione è diventata economicamente inevitabile,
solo in questo caso essa, anche se viene compiuta dallo Stato attuale,
rappresenta un progresso economico, il raggiungimento di un nuovo
stadio preliminare nella presa di possesso di tutte le forze produttive
da parte della società. Di recente però, da quando Bismarck si è dato
a statizzare, ha fatto la sua comparsa un certo socialismo falso,
e qua e là perfino degenerato in una forma di compiaciuto servilismo,
che dichiara senz'altro socialistica ogni statizzazione,
compresa quella bismarckiana. In verità se la statizzazione del tabacco
fosse socialista, potremmo annoverare tra i fonda tori del socialismo
Napoleone e Mettemich. Se lo Stato belga per motivi politici e finanziari
assolutamente correnti ha costruito direttamente le sue principali
strade ferrate, se Bismarck senza nessuna necessità economica ha statizzato
le principali linee ferroviarie della Prussia, semplicemente per poterle
dirigere e sfruttare meglio in caso di guerra, per trasformare i ferrovieri
in gregge elettorale governativo e principalmente per procurarsi una
nuova fonte di entrate indipendente dalle decisioni del parlamento:
queste non sono state per nulla misure socialiste né dirette né indirette,
né consapevoli né inconsapevoli. Altrimenti sarebbero istituzioni
socialiste anche il regio commercio marittimo, la regia manifattura
delle porcellane e perfino i sarti di reggimento o magari la statizzazione
dei... bordelli, proposta con tutta serietà da un mariuolo nel quarto
decennio di questo secolo, sotto Federico Guglielmo III (Nota
di Engels).
*10. Poche cifre bastano per dare un'idea approssimativa
dell'enorme forza di espansione dei moderni mezzi di produzione perfino
sotto la pressione capitalistica. Secondo i più recenti calcoli di
Giffen la ricchezza complessiva della Gran Bretagna e Irlanda ammonta
in cifra tonda a:
1814 - 2.200 milioni di sterline = 44 miliardi di
marchi
1865 - 6.100 milioni di sterline = 122 miliardi di marchi
1875 - 8.500 milioni di sterline = 170 miliardi di marchi
Per quanto riguarda la devastazione dei mezzi di produzione e dei
prodotti nelle crisi, soltanto la perdita complessiva dell'industria
siderurgica tedesca nell'ultimo crac fu valutata a 455 milioni di
marchi al secondo congresso degli industriali tedeschi, Berlino, 21
febbraio 1878 (Nota di Engels) .
Note di corredo non dell'autore
103 Parole di Mefistofele nel Faust di
Goethe.
104 Secondo Marx questa contraddizione può essere
superata eliminando «il modo di produzione capitalistico, conservando
però la produzione sociale» (cfr.:Marx Il Capitale). Il ruolo del
proletariato e l’obbiettivo del comunismo sono tutti nel superamento
di questa contraddizione.
105 Queste guerre furono combattute tra Spagna,
Portogallo, Olanda, Francia e Inghilterra per il dominio dei traffici
commerciali con l’America e l’India e, quindi, per la colonizzazione
di quelle terre. La vittoria arrise all’Inghilterra che dominò il
commercio mondiale fino agli albori del XIX secolo.
106 Stato popolare libero : cfr.: Marx,
Critica del programma di Gotha .
107 Engels allude polemicamente alla teoria di Dühring
secondo cui la divisione della società in classi è dovuta solo alla
violenza.
108 Nell’Antidühring , Engels precisa:
«Hegel fu il primo a rappresentare in modo giusto il rapporto di libertà
e necessità. Per lui la libertà è il riconoscimento della necessità.
“Cieca è la necessità solo nella misura in cui non viene
compresa ”. La libertà non consiste nel sognare l’indipendenza
dalle leggi della natura, ma nella conoscenza di queste leggi e nella
possibilità, legata a questa conoscenza, di farle agire secondo un
piano per un fine determinato. Ciò vale in riferimento tanto alle
leggi della natura esterna, quanto a quelle che regolano l’esistenza
fisica e spirituale dell’uomo stesso».
Testo messo a disposizione da Edizioni La Città
del Sole conversione in html a cura del CCDP